Alla fine del mondo

Vecchio che soffre, Vincent van Gogh

Cosa significa accettare la propria finitudine?

È ben strana l’esistenza degli uomini, vissuta con la consapevolezza, costantemente presente, di quanto incerto sia il futuro, se non per un’unica certezza: la vita finisce. Questo limite spesso terrorizza, perché non si sa dove né come tracciarlo, nonostante i tentativi di predizione; c’è quasi un’ossessione per le apocalissi, che nel corso dei millenni sono state declamate in gran quantità per poi rivelarsi, sorprendentemente, un buco nell’acqua.

Nel corso di quest’anno (senza che ci fosse, però, una consapevole previsione) abbiamo avuto la percezione di essere giunti alla “fine del mondo”: abbiamo assistito a sempre più frequenti disastri ambientali, alla diffusione di una pandemia globale, a politiche aggressive e dittatoriali di Paesi potenti, a intollerabili ingiustizie sociali. Tutto questo è dipeso da meccanismi molto più grandi di noi, che tuttavia hanno condizionato radicalmente la nostra vita, facendocene perdere il controllo. E, a questo, non siamo affatto abituati.

Per l’uomo avere il controllo è fondamentale e privato di esso si sente perso e incapace di andare avanti; così è accaduto al commissario Matthai, nel breve romanzo La promessa, di Friedrich Durrenmatt: egli indaga sul terribile omicidio di una bambina e trovare l’assassino diventa la sua ragione di vita. Matthai è intelligente e la pista che segue è giusta, i suoi conti sono perfetti, la logica è impeccabile; eppure non riesce a risolvere il caso, e l’assassino rimane introvabile, a causa di una “sorpresa finale estremamente povera e meschina”.

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Responsabilità dello sguardo

Settembre 2019: alcuni Bombers organizzarono un’uscita domenicale. Una passeggiata per scattare foto ad una Roma ancora sonnacchiosa e intorpidita dagli ultimi calori estivi. La passeggiata culminò nella visita ad una mostra, “Una diversa bellezza” al Museo di Roma in Trastevere.

La notizia di per sé è una semplice nota a margine, ma funzionale – per chi come me è un inesperto totale del mondo della fotografia – da un lato per raccontare una delle attività di BC (o almeno la volontà non del tutto espressa di dare una forma più concreta ad un’idea) e dall’altro per soffermarsi su un tema che spesso si è affacciato negli interventi alle nostre Officine e nei contributi su questo blog: l’atto del guardare. Parlare semplicemente di sguardo sarebbe ed è riduttivo. Così come parlare di fotografia, della scrittura della luce come diretta conseguenza di quell’azione.

La mostra dedicata al fotografo Emiliano Mancuso, prematuramente scomparso, è un ottimo punto di partenza per sviluppare una serie di concetti che non troveranno forse organicità, ma probabilmente stimoleranno riflessioni.

Valerio, 2012 © Emiliano Mancuso

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Quando qualcuno ci vede

Molto tempo fa un’amica mi ha raccontato la sua personale valle di Baca. Letteralmente il luogo del pianto. Un luogo in cui ritrovare forza e direzione. Un luogo da trasformare in fonti e da ricoprire della benefica pioggia d’autunno, come menziona il Salmo 84.

Presa dallo sconforto chiese aiuto. Di fronte al suo “aiuto” iniziò a parlare senza sosta. Il suo sguardo vagava per tutta la stanza alla ricerca di un pubblico, di un ascoltatore. Poi, esausta, si lasciò andare al pianto.

Aveva messo il mascara sbagliato. Rigagnoli neri le colarono lungo le guance.

All’improvviso l’aiuto nella stanza esordì così: – Ti va un panino con il burro d’arachidi, ho fame e penso anche tu. [Continua »]


Si sta come d’autunno

Il 23 settembre si combatte la battaglia di Salamina, è stipulato il Concordato di Worms, sono fondate la Repubblica di Salò e la Nintendo. Nascono Ottaviano Augusto, Kublai Khan, Alberto Asor Rosa e Ray Charles. Muoiono Beatrice d’Aragona, Vincenzo Bellini, Sigmund Freud e Pablo Neruda.

E, con loro, ogni 23 settembre muore definitivamente un’estate, invero già entrata in agonia con la fine di agosto, per dare luce al nuovo anno lavorativo. Ci si spoglia delle piacevoli e sonnolente abitudini di cui ci eravamo vestiti durante il periodo vacanziero, per indossare giacca o tuta, riempire il contenitore del pranzo la mattina, immettersi nel traffico di clacson e tubi di scappamento, tornare al proprio posto di lavoro, tra tutti i posti propri quello che meno ci appartiene. La fine dell’estate segna una trasformazione umana grandiosa: da placido animale al pascolo, sdraiato sulle riviere dei nostri mari-bandiera-blu o costretto a vagare con cipiglio instupidito sotto la calura delle più svariate località turistiche, l’individuo si riscopre homo faber, artefice e calcolatore. [Continua »]


Fenomenologia dello spoiler

Lo spoiler è un’informazione su un’opera che arriva al pubblico prima dell’effettivo contatto con essa: una profanazione e un’anticipazione. Per rendersi conto del valore decisamente negativo di cui si è caricato questo termine negli ultimi tempi, si deve considerare la convergenza di due fattori tra loro strettamente connessi: da un lato il valore fondamentale della “suspense”, che negli ultimi decenni è cresciuto enormemente, specialmente con il progredire delle arti audiovisive, ma che in effetti esisteva già da tempo con i romanzi a puntate; dall’altro il progredire del progresso tecnologico che ha investito le comunicazioni, velocizzandole enormemente. Per ironia della storia negli ultimi decenni sono cresciute le occasioni del “rimanere in sospeso” ma parallelamente sono cresciute le possibilità di “spoilerare”. Basta guardare la proliferazione esponenziale di serie televisive e saghe cinematografiche e il corrispettivo diffondersi virale di spoiler all’uscita di ogni nuovo episodio. Scatta in quei periodi di “avvento” un istintivo meccanismo di corsa ai ripari, di isolamento e quarantena dal mondo, soprattutto da quel mondo, per fortuna ancora di nicchia, popolato da famelici, insonni e sempre aggiornatissimi divoratori di serie. Di qui il successo delle serie in quarantena: il pericolo di spoiler è ridotto.

Ma perché odiamo tanto gli spoiler? [Continua »]


Un arcobaleno senza tempesta, questa sì che sarebbe una festa

Nel 1975 la cantante più reggae dell’allora panorama musicale italiano, Junie Russo, esce alla ribalta con un 45 giri che porta inciso sul lato principale una canzone dal titolo Everything’s Gonna Be Alright: altro non è che la cover di un più famoso brano cantato da Dee Dee Warwick 10 anni prima, We’re Doing Fine e che il pubblico ha molto aprrezzato per l’interpretazione di P.P. Arnold del 1967.

Pochi anni dopo, nel 1977, Bob Marley, insieme con The Wailers, nel secondo lato dell’album Exodus canta Three Little Birds: questo brano rappresenta il canovaccio da cui deriveranno in qualche modo nel 2006 – sempre ad opera di Bob Marley and the Wailers – l’album e la canzone omonimi: Everything’s gonna be alright.

Il testo di tutti questi brani appena citati, nelle sue piccole o grandi variazioni di titolo o di versi, è un invito a non preoccuparsi troppo di ciò che sarà, a non curarsi del destino che attende ogni uomo: una specie di carpe diem in musica che recita “andrà tutto bene”. [Continua »]


Nella selva

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita.

Eccoci qua, sprofondati nello sfasamento più totale. Dante ancora non sa che quello è l’inizio del suo grande viaggio, un viaggio che dovrà fare senza averlo deciso, ma ci dice immediatamente di ritrovarsi nello smarrimento, quasi ad ammettere che il primo punto da affrontare è prendere coscienza del proprio limite. E poi quell’uso di nostra vita non concordante con mi ritrovai: di chi sta parlando? Di noi? Di sé? L’effetto di questo gioco è che perdiamo l’equilibrio e ci sentiamo sin dal primo verso risucchiati con lui in quello scenario da brividi.

Cosa ha determinato per Dante questa perdita del ritmo delle cose ordinarie? Troppo spesso, avvicinandoci alla Commedia, ci immaginiamo quello stato di prostrazione come se fosse dovuto solamente ad una condizione alta, intellettuale. Colpa di un certo modo di fare scuola e del suo tentativo di scarnificare la vita degli autori, ponendoli come immaginette sacre sopra altari coperti di incenso, rendendoli cose da addetti ai lavori o tutt’al più roba da secchioni. No. Qui Dante sta parlando di ferite profonde e ancora aperte, di ferite derivanti da una vita pienamente vissuta. Da qualche tempo ha perso Beatrice, la donna per la quale si era acceso il suo cuore per le vie di Firenze; ci sono i dissidi politici con i suoi tanto poco amati concittadini – andate a vedere la condanna con la quale il Sommo venne esiliato in contumacia: accusato praticamente di tutto, se acciuffato, destinato al rogo. E poi la situazione di grave confusione politica dell’Italia e della Chiesa. Ovunque si voltasse, Dante non poteva che sentirsi smarrito. [Continua »]