“Luke, sono tuo padre!”

Nel 1994 Einaudi pubblicava in un sottile volumetto i risultati di un concorso intitolato Una frase, un rigo appena. Scopo del concorso era scrivere in poche righe un racconto che avesse una storia e un senso compiuto. La raccolta veniva completata da una seconda parte in cui autori affermati selezionavano frammenti propri o di opere celebri che avessero la stessa caratteristica: contenere in poche frasi un’intera vicenda. Il libro è decisamente godibile, ma per stessa ammissione dell’editore non va oltre il divertissement: più si accorciano le storie, più si corre il rischio di scivolare verso l’aforisma, il motto di spirito o la ricerca dell’espediente.

Di lì a poco, l’emergenza del Web avrebbe regalato alla parola scritta una rinnovata giovinezza: chiunque poteva scrivere qualunque cosa ed essere letto da chiunque, ovunque, in qualunque momento. Il primo effetto di questa improvvisa emancipazione del testo scritto fu la grande abbuffata dei blog, i quali sarebbero però stati velocemente oscurati da modalità di comunicazione più sintetiche e più compatibili con una massa di informazioni esponenzialmente crescente ma accompagnata altresì da una soglia di attenzione sempre più bassa: quelle dei social.

Quando nel 2017 Twitter annunciò il raddoppio dei caratteri disponibili per un Tweet (da 120 a 240), avvenne un fatto singolare: gli utenti si sollevarono. La forza comunicativa di un tweet, si sosteneva, è proprio nella sua sintesi (figlia, per dirla tutta, dell’epoca dei costosissimi SMS degli anni Novanta). Può sorprendere che un gruppo di utenti si lamenti di avere maggiori possibilità: eppure, lo stile comunicativo online è diventato sempre più condensato, veloce, essenziale. Ha le caratteristiche più del “graffio” che del trattato; accenna, allude, si appoggia a un serbatoio comune di informazioni che viene dato per scontato e colpisce secco, fino a non prevedere neanche risposta, come nel caso di quella forma espressiva sostanzialmente nuova che è il meme. [Continua »]


Settembre, è tempo di rialzarsi e ripartire

L’editoriale di questo settembre è quello che in gergo si potrebbe chiamare un “copia e incolla”. O anche un piccolo scippo, ma concordato.

Abbiamo infatti chiesto ad Andrea Monda, presidente di BombaCarta e direttore dell’Osservatore Romano di farci un prestito: lasciarci “usare” l’editoriale che lui stesso ha firmato e che è apparso sul suo quotidiano lo scorso 2 settembre con l’esatto titolo “Settembre, è tempo di rialzarsi e ripartire”.

Il perché è presto detto: lo stile è molto BC e ci immerge completamente nell’atmosfera amata e un po’ odiata del ritorno dalle vacanze e della ripresa delle nostre attività, con uno sguardo ammiccante ma non troppo ai buoni propositi che il riposo ci ha aiutato ad elaborare. Ci spinge a osservare, guardare, a non fermarci. A proseguire i nostri viaggi estivi, a traghettarci verso altre e nuove mete. Buona lettura! [Continua »]


Cambiare vita, aprire la mente

Questa mattina, mentre andavo in ufficio, sull’autobus mi è capitato di leggere questo slogan su una borsa di tela di un altro passeggero: cambiare vita, aprire la mente (lascio a voi scoprire di cosa si tratti esattamente).

Nel movimento a sobbalzi del bus la borsa si muoveva rivelando la scritta come un’onda che appariva e scompariva: ho anche piegato il capo per leggerla nella sua interezza. Perché, in fondo, è una bella frase. Una frase che aggancia, che invita a riflettere e che si applica tanto al quotidiano quanto al rivoluzionario mondo delle scoperte. E all’estate. [Continua »]


[Report] Officina di giugno 2019

Valerio

Nella ripresa dell’editoriale di giugno si evidenzia come il ‘tirare le somme’ possa essere inteso, al contempo, come bilancio ‘calcolante’ e come rilettura dell’esperienza. I temi lungo i quali si sviluppa l’intervento (e l’Officina) sono i seguenti:

1) come ‘fare tesoro’ dell’esperienza? O come non farne: è il caso del finale di Burn after reading;

2) differenza tra senso, morale e ‘sugo della storia’, attraverso la lettura de I promessi sposi;

Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. “Ho imparato,” diceva, “a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere.” E cent’altre cose.

Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, “e io,” disse un giorno al suo moralista, “cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire,” aggiunse, soavemente sorridendo, “che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi”.

Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.

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2+2=5: Tiriamo le somme

Dopo aver superato indenni le vicissitudini più eterogenee, schivando epidemie, moti rivoltosi, monache sventurate e malvagi signorotti, Renzo e Lucia possono infine mantenere la reciproca promessa di unirsi in matrimonio. Celebrato lo sposalizio, ultimati i festeggiamenti, intrapresa una fin troppo tarda vita coniugale, ai due – non più promessi – sposi residua pur sempre un futuro radioso e allietato dalla presenza di una innumerevole prole. Ma cosa rimane al lettore?

“Il bello era sentirlo raccontare le sue avventure”, scrive Manzoni. Come Ulisse presso la corte dei Feaci, come Ismaele scampato alla balena, come il Vecchio Marinaio fuori dalla festa nuziale, come Bilbo Baggins di ritorno nella Contea – e l’elenco potrebbe ancora essere lungo, perché lunga è la lista degli avventurieri di cui da sempre l’uomo narra – anche Renzo Tramaglino non può fare a meno di raccontare “e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate”. L’avventura per diventare storia deve necessariamente passare dal racconto e il racconto non può che diventare, al contempo, rilettura della propria esperienza, soppesando ombre e luci, ma anche dilatando nel proprio immaginario ora le une ora le altre.

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[Report] Officina di maggio 2019

Cristiano

Dopo una brevissima introduzione con alcuni riferimenti all’editoriale, Cristiano anima una discussione col pubblico sul significato della parola “fede”. La discussione si polarizza subito fra la declinazione del dogma e della certezza “cieca” e quella del dubbio e dell’incompletezza.

Tiziana

Dopo la discussione iniziale sulle parole chiave del tema dell’Officina, Tiziana avvia il proprio intervento ricollegandosi all’editoriale e alla storiella ebraica che vede protagonisti un padre ed un figlio: si proverà a parlare di fede a partire dal rapporto di fiducia-fede fra Gesù e Dio Padre.

Dunque fede come relazione, domanda e risposta: si inizia con un brano del meraviglioso testo composto da Mario Luzi come riflessione sulla Passione in occasione della Via Crucis della Pasqua 1999:

[…] Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra,
io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono diventati cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il mio cammino.
Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.
Ma Tu sai questo mistero. Questo solo. […]

Racconta in proposito il poeta: «Ho scritto la passione di Cristo, (…) con lui unico protagonista, lui che parla, un monologo rivolto al Padre, in cui si dibattono la natura umana e il divino compresenti nella sua tribolazione (…) Ho voluto vedere l’incarnazione dall’altra parte. Ho voluto vedere ciò che Dio chiede all’uomo, ma anche quale sacrificio l’uomo è capace di fare per essere all’altezza di quella domanda». [Continua »]


Lubriano: report e impressioni

Abbiamo chiesto a due bomber di riepilogare la due giorni di Lubriano, ovvero di raccontare in sintesi un weekend, un gruppo di persone e alcuni momenti dedicati all’esperienza di BombaCarta.

Una Lubriano fatta di dialogo, di confronto, di domande, di puntualizzazioni; un week end di aprile, funestato dalla pioggia, ma ricco di opportunità.

I bombers presenti hanno fatto insieme una “fotografia” delle Officine tenutesi quest’anno, soffermandosi sul valore che il genere di partecipazione e le tematiche di volta in volta affrontate hanno apportato a BC nella sua interezza.

Hanno anche provato a lavorare sui temi delle ultime due Officine dell’anno, quella di maggio (18) e quella di giugno (8), con uno sguardo in prospettiva al tema generale del prossimo anno.

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