Corpo a corpo con Carver

Dopo vent’anni di «corpo a corpo» con uno scrittore è possibile capire se e come la sua opera ci ha lavorato dentro. E io non me ne sono mai liberato. Ti spia, sta in agguato con le sue suggestioni e i suoi suggerimenti. Quella di Raymond Carver è una scrittura che si apposta nel tuo quotidiano e lo spacca a metà. Compie un intimo discernimento tra ciò che è autentico e ciò che non lo è.

E che cosa è autentico? È la vita che merita davvero di essere vissuta. Ci sono esperienze di fronte alle quali non ci si può sottrarre se non negando la vita stessa, che è vita umana, veramente umana: calda, innervata, capace di provare piacere e dolore, angoscia e gioia. L’esperienza può essere semplice – ma mai banale! – o complessa, leggera e pesante, ma se è umana allora è «vera», cioè dice una verità sulla vita, su tutta la vita. Ogni singola esperienza: la gioia di una pesca o quella di un amore corrisposto, o viceversa l’angoscia per la malattia o per una separazione. Queste sono tra le esperienze che Carver fotografa con un understatement of emotion che fa brillare il senso e fa capire. [Continua »]


Lui

Sì è vero! – Sono nervosa, spaventosamente nervosa – lo sono sempre stata – ma perché volete pretendere che io sia pazza? Tutto quello che ho visto, provato, ricordato, è successo veramente, non è che me lo sia inventato di sana pianta. Io non sono neanche una persona violenta, voi non lo potete sapere perché non mi conoscete, ma provate a chiamare – non so – Anna Meis, è una vecchia amica, lei ve lo può dire, che non mi arrabbio mai. Ancora meglio, la mia vicina di casa, la signora Gertrude, sa tutto quello che ho passato, sentite lei. Tutti mi daranno ragione, capiranno. Davvero, so quello che sembra, ma voi non conoscete la storia dall’inizio, per questo gli date ragione, ne fate addirittura la vittima.  Si, perché non è che sia iniziata con mio marito – il mio ex marito, grazie a Dio – e non è che io sia nata nervosa, certo. Però cercate di capire, una ci diventa, quando viene trattata come hanno trattato me, sin da ragazzina.

Non fa piacere sentirsi ridere in faccia ed essere chiamata “cicciona” o “topo” – per i denti – o “secchiona” o “deficiente” – perché a ricreazione stai al banco e leggi, perché sei timida e non sai come parlare con gli altri. Non è carino e non è che sia la sola che vi può raccontare di queste cose, però è per farvi capire. Cominci a pensare che sia vero quello che ti dicono, ti ci senti proprio e lo sai che a tutti fanno schifo i topi – compresa a te – e che a nessuno piacciono le ciccione, che quando sei così non la troverai mai una persona che ti possa amare.  Ci speri ancora, eh, però diciamo che l’asticella si abbassa, ti accontenteresti di qualunque cosa, di chiunque. Non fa piacere essere soli così, ti vengono brutti pensieri in mente perché non hai altro da fare che pensare male. [Continua »]


Domani è un Altro

Chissà come sarà stato il domani di Rossella O’Hara. Si sarà trattato veramente di “un altro giorno” o sarà corso via come tanti altri, nell’affannosa lotta per mantenere stile di vita e apparenze tra i campi di cotone della Georgia?

Sembra in qualche modo significativo che un’epopea di circa quattro ore – straziata da una guerra civile e dall’accumularsi di morti, ora per cadute da cavallo, ora per malattie, ora per scontri a fuoco – si concluda infine con uno sguardo di speranza verso il futuro. Nell’ossessione, tipica della serialità contemporanea, di dover esaurire completamente le narrazioni nel proprio arco, dicendo spesso molto più del dovuto sui destini dei singoli personaggi, Via col vento emerge come un retaggio quasi preistorico. Quattro ore non sono sufficienti per esaurire il destino di Rossella e Rhett, che rimane sospeso nell’indeterminatezza del domani, liberamente immaginabile da ognuno come un tratto che esca dalla cornice di un quadro. [Continua »]


Come risolvere gli enigmi

Nella primavera del 1999 si stava per completare l’ultimo tassello del rinnovo totale dei prodotti Apple voluto da Steve Jobs: l’anno precedente era uscito l’iMac, rivoluzionario sia per architettura (un taglio netto col passato) che per forma (un’inaspettata combinazione di plastica bianca, colorata e trasparente in un formato “all in one”); la linea professionale era già stata riorganizzata con un portatile e un desktop, anche quest’ultimo profondamente rinnovato nella forma; mancava all’appello solo un portatile economico.

Dopo lo shock dell’iMac, utenti e commentatori non sapevano veramente cosa aspettarsi. La segretezza dei progetti di Apple era impenetrabile e la più piccola indiscrezione dava vita a congetture raffinatissime. Su quello che poche settimane dopo si sarebbe rivelato essere il primo iBook iniziò a circolare una voce singolare: un alimentatore “a yo-yo”.

Ma a cosa poteva servire un alimentatore a yo-yo? Doveva trattarsi, evidentemente, di un colpo di genio, di una soluzione avveniristica, inaspettata. Iniziarono le speculazioni e si convenne a un certo punto che non poteva che trattarsi di un meccanismo manuale di ricarica: un congegno, insomma, a manovella. Ecco il coniglio che Jobs aveva nel cilindro: un portatile a totale indipendenza energetica.

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Un mondo terribilmente complicato

“Ah, Cindy Sondheim, saresti dovuta nascere in un’altra epoca”, commenta nostalgico l’improbabile Conte Dracula di Amore a primo morso mentre l’oggetto delle sue attenzioni trangugia due Xanax. “Le cose erano più semplici, meno complicate. Sai quante donne hanno avuto un esaurimento nervoso nel Quattordicesimo Secolo? Due.”

Più semplici, meno complicate. Meno conoscenze, meno informazioni da elaborare e, al posto loro, una rassegnata fiducia nella Provvidenza, unico argine a una serie di iatture (pestilenze, guerre, calamità) sulle quali si aveva un controllo piuttosto modesto. E meno responsabilità: felicemente ignari dei successivi doni di Freud che ci avrebbero portato in dote un po’ di autoconsapevolezza, certo, ma anche – ohinoi – molti esaurimenti nervosi.

Le avrebbero complicate, le cose, innanzitutto certi manigoldi del Seicento – Galileo, Keplero, Newton, Leibniz… – che sul metodo, sulla matematica, sulla verifica sperimentale hanno fondato insieme a molti altri i principi ancor oggi validi del metodo scientifico.

Il “linguaggio segreto” della Natura (la matematica) e il suo alfabeto (i numeri) perdono i loro aspetti più speculativi e si scoprono dotati di nuove possibilità euristiche: la techne (termine che indica ambiguamente scienza, arte e artigianato) si trasforma definitivamente in sola scienza grazie alla comparsa del “dato”: l’ente discreto e indivisibile su cui fondare le proprie certezze.

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Le attività di BC: ricomincia l’OpenLab

Nella stagione appena terminata, caratterizzata da un’emergenza sanitaria straordinaria e non preventivabile, BombaCarta ha reagito rapidamente sospendendo le attività dal vivo appena prima che fosse decretato il lockdown. In questi mesi difficili, tuttavia, abbiamo cercato di esplorare altre strade, continuando le attività usuali secondo differenti modalità o dando vita a nuove e fruttuose esperienze.

In tal senso, la sospensione delle Officine (l’autentico cuore pulsante di BombaCarta) ha portato alla (ri)nascita del BombaMag, una sorta di “officina cartacea” con la quale abbiamo tentato di offrire, con il nostro metodo, delle chiavi interpretative della realtà che ci circondava. L’esperienza è stata sicuramente positiva, tanto da guadagnarsi uno spazio speciale nelle nostre attività ed essere ovviamente confermata anche per il futuro, affiancando le stesse Officine.

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Alla fine del mondo

Vecchio che soffre, Vincent van Gogh

Cosa significa accettare la propria finitudine?

È ben strana l’esistenza degli uomini, vissuta con la consapevolezza, costantemente presente, di quanto incerto sia il futuro, se non per un’unica certezza: la vita finisce. Questo limite spesso terrorizza, perché non si sa dove né come tracciarlo, nonostante i tentativi di predizione; c’è quasi un’ossessione per le apocalissi, che nel corso dei millenni sono state declamate in gran quantità per poi rivelarsi, sorprendentemente, un buco nell’acqua.

Nel corso di quest’anno (senza che ci fosse, però, una consapevole previsione) abbiamo avuto la percezione di essere giunti alla “fine del mondo”: abbiamo assistito a sempre più frequenti disastri ambientali, alla diffusione di una pandemia globale, a politiche aggressive e dittatoriali di Paesi potenti, a intollerabili ingiustizie sociali. Tutto questo è dipeso da meccanismi molto più grandi di noi, che tuttavia hanno condizionato radicalmente la nostra vita, facendocene perdere il controllo. E, a questo, non siamo affatto abituati.

Per l’uomo avere il controllo è fondamentale e privato di esso si sente perso e incapace di andare avanti; così è accaduto al commissario Matthai, nel breve romanzo La promessa, di Friedrich Durrenmatt: egli indaga sul terribile omicidio di una bambina e trovare l’assassino diventa la sua ragione di vita. Matthai è intelligente e la pista che segue è giusta, i suoi conti sono perfetti, la logica è impeccabile; eppure non riesce a risolvere il caso, e l’assassino rimane introvabile, a causa di una “sorpresa finale estremamente povera e meschina”.

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