2+2=5: Fede, fiducia, affidamento

“Un padre, volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: ‘Salta, che ti prendo’. Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: ‘Salta, che ti prendo’. Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: ‘Salta, che ti prendo’, e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente. A un certo punto il bambino è su un gradino molto in alto, ma salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo e disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: ‘Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre’.”

Hillman approfitta del tradizionale gusto ebraico del paradosso per aprire il breve saggio intitolato Il tradimento. Questa storiella ci precipita subito al centro del problema: non esiste fiducia se non esiste allo stesso tempo la possibilità del tradimento. Adamo nel giardino dell’Eden non ha bisogno di fidarsi: Adamo sa, forte di quella “‘fiducia originale’ o ‘fede animale’, credenza basilare che la terra sotto i piedi è solida e reggerà anche il nostro prossimo passo, che il sole sorgerà anche domani e il cielo non ci crollerà sulla testa.” [Continua »]


BcLings, l’esperienza di Veronica

Quando il seme cade nella terra, smossa dalle mani che l’hanno appena piantato, si nasconde. Si trova all’ improvviso in un ambiente sconosciuto. È scuro tutt’ intorno, le mani lo hanno spinto in profondità e lo hanno ricoperto con una coltre che gli impedisce di vedere il sole. Resta solo, costretto a stare a contatto con nient’altro che la propria essenza di seme. Una creatura indefinita, che attende di diventare qualcosa, ma ancora non è. Dovrà passare tempo, e stagioni, e pioggia e sole e neve e vento, prima che quel seme diventi gambo, e il gambo fiore, e il fiore un papavero rosso in una mattina d’estate.

A BCLings questo siamo. Semi. Di mese in mese portiamo scritture, che si incontrano- e scontrano- con altre scritture. Ed è grazie a questo movimento duplice che il seme riesce a liberarsi pian piano dalla propria scorza e può iniziare ad espandersi. E ad iniziare il suo periodo di dormienza, che a dispetto del nome è tutt’ altro che letargo. È attesa. È il momento in cui il mondo esterno tace, e solo il mondo interiore, quello dell’anima, e dei sogni, lavora. Un lavorio lento, sommesso, ma incessante. E alla fine- non sappiamo quando, ma si arriva sempre a questo momento- il seme è pronto per diventare quello che in principio già era: un bellissimo fiore, solo che non sapeva di esserlo, o non poteva- ancora- esserlo.

Enrica, Valentina, Rita, Annalisa, Elvira, Daniela, Ubaldo, Leopoldo, e poi i più coraggiosi veterani Stas’ e Maurizio: mese dopo mese, anno dopo anno, ci ritroviamo su un paio di sedie disposte a cerchio in una stanza vuota, dove il tempo e lo spazio si annullano nel giro di due ore. La scrittura diventa per noi lo strumento per metterci a nudo e scoprirci, passo dopo passo, e lo facciamo insieme, perché è solo la compagnia reciproca che ci dà il coraggio necessario ad un’impresa di tale portata. Così BcLings, terra bruna che ci accoglie nel suo ventre materno, diventa l’appuntamento con noi stessi.

Sul laboratorio di BCLings, leggi anche l’esperienza di Rita, Daniela, Annalisa.


Cheerwine Easter

CHEERWINE EASTER | HISS GOLDEN MESSENGER

One more bottle before we part

Then spike it with a little hallelujah

We worked all week and we saved our bread

Now here comes Easter Sunday

I do not go by the Book of Days

I do not recall what Daniel said

About the time he spent in the lion’s dead

And here comes Easter Sunday

Oh dance, oh dance

Pack away your sorrows

Oh, yon stands the bell, now make it ring

Don’t study about all the ways of tomorrow

For this is the day of reckoning

Call me a fool, call me a rake

Use me too, for all your awful things

But don’t disabuse me of my Cheerwine spring

And here comes Easter Sunday again



Aprile: Officina in Lubriano

Editoriale diverso, officina diversa.

Come ogni anno – ormai da qualche anno – i bombers romani replicano l’iniziativa di un’officina primaverile “fuori porta”. Quando? Il 13 e 14 aprile prossimi.

Una combinazione fortunata di cambio stagione e ottima occasione per ampliare lo spazio ed il tempo che ogni mese viene dedicato al momento di condivisione più significativo nell’ambito delle attività di BombaCarta, ovvero l’Officina. [Continua »]


BClings, l’esperienza di Rita

C’è tanto spazio, di colpo, appena uscita dalla Metro.

Il passaggio dallo scenario serale di Piazza del Popolo al luogo dell’ incontro è stato così rapido, che mi sembra di stare in un set cinematografico: le scale di pietra incurvate al centro, i soffitti alti e affrescati, l’esposizione di quadri alle pareti…

Profuga da tre gruppi di scrittura, mi chiedo cosa mi aspetto da questo.

Ecco arriva Maurizio, arrivano gli altri. Oggi siamo nel numero migliore per interagire, il numero magico delle fiabe. Mi piace aver tempo abbastanza per avvicinarmi, almeno un poco, al linguaggio personale di ciascuno. Tempo per lasciar entrare sensazioni e spunti che mi vengono dagli altri, e valutare se farli accomodare nel salotto o in garage, e poi magari cambiare idea. Scoprire come il mio modo di esprimere quello che sta agitando piccole ali possa prendere il volo.

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[Report] Officina di marzo 2019

Tiziana

L’amore viene introdotto con l’aiuto di due diversi approcci,  lo sguardo e il perdono, tematiche che si legano fra di loro e riprendono il fil rouge dato all’argomento, ovvero amore come relazione.

Nella relazione, nell’andare verso l’altro e nella scoperta di questo sentimento utilizziamo tutti i nostri organi sensoriali, ma la vista è forse quella che più ci coinvolge. L’occhio si posa sull’oggetto del nostro “amore” e ci svela quel tutto trascendente.

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, dall’omonima raccolta di racconti: in questo frammento di narrazione uno dei protagonisti racconta un’esperienza di lavoro (è un medico) che ben si ricollega all’argomento della conversazione che sta tenendo con altri tre amici. Dopo un brutto incidente due persone anziane, marito e moglie, sono gravemente feriti e vengono ricoverati insieme. Il medico parla con il marito della coppia.

«Ma che fine hanno fatto i vecchietti?» […]

«Passavo a trovarli tutti i giorni, qualche volta anche due volte al giorno se ero da quelle parti per qualche altra visita. Bendati e ingessati da capo a piedi, tutti e due. Potete immaginarveli, l’avrete vista al cinema la scena, no? Be’ erano esattamente così, come in un film. Due buchetti per gli occhi, per le narici e uno per la bocca. E lei oltretutto aveva anche tutte e due le gambe in trazione. Be’, il marito è rimasto depresso per un sacco di tempo. Anche quando lo informammo che la moglie se la sarebbe cavata, continuò a rimanere depresso. Mica per l’incidente. Cioè, l’incidente era una cosa, ma non era tutto. Mi avvicinavo ai buchi che aveva per la bocca, sapete, e lui mi diceva, no, non era solo per via dell’incidente, ma perché non riusciva a vederla attraverso i buchetti per gli occhi. Ha detto che era quello che lo faceva sentire così giù. Ma ci pensate? Ve lo giuro, quello si stava facendo venire il crepacuore solo perché non poteva girare quell’accidenti di testa e vedere quell’accidenti di moglie».

Il Postino (1994): viene mostrata la scena in cui il protagonista, travolto dal sentimento d’amore, ricorre all’amico poeta perchè colmi la sua incapacità di parlare all’amata:

Nell’incontro con Beatrice Russo, l’amata, appunto, il gioco di sguardi fra i due è ciò che consente alla scena di svelare allo spettatore il mondo del giovane Troisi: timido, introverso, completamente annullato dall’amore che definisce “malattia” e privo di parole. [Continua »]