Passaggi

(Immagine: Lee Friedlander)

Poche parole hanno un senso tanto duplice in italiano quanto la parola “passaggio”. Nella sua accezione più comune, la natura propria di ciò che è di passaggio è il suo essere transitorio, quindi effimero, occasionale, a suo modo anche estraneo. Il passante è chi si trova in un determinato luogo per puro accidens: è lì, ma non deve essere lì – se non nella misura in cui quel luogo lo porta altrove.

Il passante è sconosciuto, non ha crediti da esigere né doveri cui rispondere, la regola cui è soggetto è innanzitutto quella del caso. Ma la qualità della sua estraneità è peculiare, sicché egli è straniero ma non nemico: l’altra regola che lo riguarda è infatti quella dell’ospitalità, che può avere secondo la tradizione un valore anche profondissimo. In certe culture nomadiche, l’incontro fra due gruppi di diverse tribù (che quindi sono “passanti” gli uni rispetto agli altri) è regolato da norme che prevedono la condivisione di un pasto o lo scambio altre cortesie prima che le rispettive strade si separino nuovamente. [Continua »]


L’arte, una forma di condivisione

Sul numero di febbraio 2018 de Le Frecce (magazine in omaggio sulle vetture di Trenitalia) è apparsa una lunga e bella intervista ad Antonio Spadaro in cui, tra l’altro, parla dell’esperienza di BombaCarta, eccone qua il testo:
La condivisione è un tema che ti sta particolarmente a cuore, come dimostra l’esperienza di BombaCarta, il laboratorio per idee che hai fondato 20 anni fa
Sì perché BombaCarta nasce da un’idea di ispirazione artistica come dono e, appunto, condivisione. Quando insegnavo a scuola, tirai per caso un cassetto fuori da una scrivania e vidi una poesia incisa nel legno. Mi resi conto del grande bisogno di espressione dei giovani, dissi “proviamo a tirar fuori questa energia” e proposi a un gruppo di ragazzi di incontrarci per imparare a leggere e scrivere nel senso più bello e completo del termine. E quella che pensavo fosse un’esperienza per pochi è diventata qualcosa di molto più grande, già al primo incontro si presentarono in 42. Da qui è nata un’avventura che continua fino ad ora e non si è mai interrotta.
Tutto il contrario dell’arte come genio e sregolatezza.
Già, molto spesso vince l’idea individualista dell’artista come personalità isolata da tutti gli altri. Invece BombaCarta ha percepito l’ispirazione artistica come qualcosa che si riceve e poi si condivide in un incontro che arricchisce tutti.
Arte quindi come comunione
E occasione per interrogarsi su temi di grande profondità. Perché mi sono reso conto che quelle domande, come l’esperienza morale e religiosa, che prima prendevano posto per connaturalità nelle chiese, si sono spostate, almeno in parte, proprio nel mondo artistico, nella musica, nella scrittura, nella poesia, nel teatro.


Riconoscimento

Eravamo rimasti a Luci della Città di Charlie Chaplin. La prima e l’ultima scena di questo capolavoro del cinema mostrano l’arcata sui cui è tesa tutta la vicenda del vagabondo e della ragazza cieca, il raggiungimento finale di quello che forse è il traguardo di ogni esistenza umana: il riconoscersi riconosciuti, e questo riconoscimento genera la riconoscenza. Come ha sottolineato Paolo Pegoraro durante la scorsa Officina: “ora che gli occhi della protagonista non solo guardano, ma vedono e ri-conoscono, l’attesa è finalmente conclusa”.

Il riconoscimento è un fenomeno che s’intreccia con la creazione artistica in ogni fase del suo procedimento: mentre l’artista crea egli ritrova se stesso, così come i personaggi e le storie create dall’artista procedono verso il loro riconoscimento e così come, infine, il fruitore dell’opera d’arte anche lui, per mezzo di quella fruizione, avvierà un processo di riconoscimento. [Continua »]


Realisti di una realtà più grande

Si è spenta a 88 anni la scrittrice UrsulaK. Le Guin. In questi casi si corre subito a sfogliare la biografia, la lista delle opere, Wikiquote, le etichette di terza mano – autrice di fantascienza, di sf, femminista, anarchica – qualsiasi cosa per rassicurare che la si conosceva bene. Io non la conoscevo bene. Giusto un paio di titoli letti in gioventù, e neppure troppo amati, perché pur intuendone il fascino, avvertivo nelle sue pagine il peso persistente dell’allegoria. Oggi li leggerei con occhi diversi, immagino. Nel frattempo, rileggo il discorso che pronunciò ricevendo il National Book Foundation’s Medal for Distinguished Contribution to American Letters (2014). Brevissimo. Qui, la traduzione:

«A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti” [RISATE IN SALA].

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande. [Continua »]


[Report] Officina di gennaio 2018

Paolo – The Bomb Theory

L’attesa sembra un tema minore, rispetto ad altri affrontati quest’anno; perfino un tema “passivo” se posto a confronto con la precedente Officina su “conflitto”. Sembra evocare soltanto un palco vuoto. Eppure il grande regista Roberto Rossellini scriveva: «A mio modo di vedere l’essenziale nel racconto cinematografico è l’attesa: ogni soluzione nasce dall’attesa. È l’attesa che fa vivere, l’attesa che scatena la realtà, l’attesa che – dopo la preparazione – dà la liberazione […]. L’attesa è la forza di ogni avvenimento della nostra vita: e così anche per il cinema». Senza attesa non c’è trama che regga. Abbiamo poi analizzato un caso speciale di “attesa cinematografica”, ossia la suspence, spiegata dal maestro Alfred Hitchcock:

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Una lunga attesa

Le grandi rivoluzioni del mondo contemporaneo – quelle della mobilità e della comunicazione – hanno reso a portata di mano il miracolo dell’onnipresenza. Le distanze, sia spaziali che temporali, si sono accorciate. Possiamo andare pressoché ovunque e connetterci pressoché con chiunque. Al tempo stesso, però, abbiamo perso il senso dell’attesa. E ci siamo trasformati in impazienti cronici. “Perché il bus non è ancora arrivato? Perché non mi ha ancora risposto su Telegram? Perché ci mette tanto?” sono le scintille della nostra irritazione quotidiana.

Attendere è ormai un sapere perduto, nonostante la nostra vita cominci con nove mesi di “dolce attesa”, a cui seguono: attesa di diventare grandi, attesa che tutto cambi, attesa del principe azzurro, appuntamenti disattesi, attesa di esami e riconoscimenti, attesa per un lavoro o per una promozione, attesa che nulla cambi, attesa della vecchiaia e della morte (riassumendole tutte con le parole di Raymond Carver: «E hai ottenuto quello che / volevi da questa vita, nonostante tutto?»). [Continua »]


[Report] Officina di dicembre 2017

Andrea

Il conflitto è l’anima delle storie. Non c’è storia senza conflitto. I conflitti possono essere di tantissimi tipi diversi ma saranno sempre al cuore di ogni narrazione.  La teoria dei 3 atti è un’altrea conferma di questa affermazione. E’ una teoria molto diffusa nel campo della scrittura cinematografica. Soprattutto negli USA i film vengono scritti prevalentemente nel rispetto di questa teoria per cui la storia si articola appunto in 3 atti: INIZIO, SVILUPPO e  CONCLUSIONE.

INIZIO: In questa fase deve essere presentata la situazione complessiva così come appare. In particolare chi sono i personaggi e cosa fanno normalmente nella loro vita di tutti i giorni (mondo ordinario), così come il mondo in cui vivono e le eventuali necessità più o meno manifeste dei personaggi stessi.

Generalmente in questa parte l’eroe (il personaggio principale) ha un problema o un obiettivo che vorrebbe raggiungere. Potrebbe essere un desiderio segreto, un problema con sua moglie, oppure qualcosa che non va con il suo lavoro. Una meta alla quale vorrebbe tendere. O solo qualche cosa che potrebbe dare un significato alla sua vita, o migliorare le sue condizioni generali.

Questa situazione è quella che comunemente viene denominata “conflitto”.
In realtà esistono spesso due linee di narrazione in cui dietro il conflitto evidente, quello che viene mostrato, si nasconde un conflitto più profondo e nascosto che deve essere risolto in concomitanza con quello palese. In “Home Alone” di Chriss Columbus, per esempio, il problema evidente è per Kevin quello di vivere senza i suoi genitori e sconfiggere i ladri che vogliono entrare in casa. Quello sommerso è il fatto che egli è da sempre considerato il “buono a nulla” della casa. Alla fine del film entrambi i conflitti verranno risolti.

Nel primo atto si ha, presto, il PRIMO PUNTO DI ATTACCO: improvvisamente nella storia qualche cosa accade. Un evento che cambia improvvisamente il mondo ordinario del personaggio, e stravolge completamente le sue aspettative e le sua situazione attuale. Il protagonista è spinto in una situazione nuova che rinnova radicalmente la sua vita di ogni giorno e quello potrebbe dare una risposta alle sue domande nascoste, proiettandolo senza pietà nel suo mondo “straordinario” (cioè quello nel quale normalmente non si troverebbe ad agire).  In “Rocky”, il personaggio principale è scelto per una sfida per il titolo mondiale.

Il resto della storia, Sviluppo e Conclusione, hanno sempre a che fare con il conflitto (e appunto la sua conclusione, come superamento). [Continua »]


“Odo suon d’armi E di carri e di voci e di timballi”

Nel titolo, un verso di Leopardi. Nell’immagine di apertura, Alesia. Principale centro dei Galli Mandubii, posta sulla sommità di un colle molto elevato. Nel 52 a.C. Cesare la stringe d’assedio e la espugna dando l’avvio all’annessione del territorio nella Gallia Narbonese.

Cesare si affretta per partecipare alla battaglia. Conosciuto il suo arrivo dal colore del vestito, che era solito portare come segno distintivo nelle battaglie, visti gli squadroni dei cavalieri e le coorti a cui aveva ordinato di seguirlo, giacché dalle posizioni più elevate si vedevano questi declivi e avvallamenti, i nemici attaccano battaglia. Levato un grido da entrambe le parti, dalla palizzata e da tutte le fortificazioni risponde un altro grido. I nostri, lasciate le aste, combattono con le spade. All’improvviso alle spalle si scorge la cavalleria; si avvicinano le altre coorti. I nemici volgono le spalle, ma, mentre fuggono, i cavalieri corrono loro incontro. Avviene una grande strage.” (Cesare, De bello gallico, VII, 88)

L’azione è un prodigio di tattica, un capolavoro di strategia militare. Il reportage di Cesare è un vera fotografia: ci sembra di vedere la pugna che impazza, ci sembra di sentire il clangore delle armi, l’odore della polvere sollevata e del sangue versato. [Continua »]