Oracoli ed enigmi

Interrogato l’Oracolo per conoscere i propri natali, Omero si sentì rispondere in tal modo:

l’isola di Io è patria di tua madre, ed essa ti accoglierà da morto;
ma tu guardati dall’enigma di giovani uomini”.

Quando giunse sull’isola, vide dei pescatori e domandò loro cosa avessero con sé. I giovani, che non avevano pescato nulla, risposero “quanto abbiamo preso lo abbiamo lasciato, quanto non abbiamo preso lo portiamo”, alludendo ai pidocchi, presi e uccisi, oppure rimasti sulle vesti e portati con sé. Omero, non riuscendo a risolvere l’enigma, morì a causa dello scoramento.

Dall’aneddoto, tratto da un frammento di Aristotele e riportato da Giorgio Colli in Nascita della filosofia, emergono due differenti concezioni dell’enigma, inteso sia come profezia che come sfida. Nel primo caso il rinvio è a un mistero di origine divina, oscuro perché, come dicevano le Upanishad indiane, “gli dei amano l’enigma, e a essi ripugna ciò che è manifesto”. Nel secondo esempio l’enigma “si presenta ulteriormente separato dalla sfera divina da cui proviene, tende a diventare oggetto di una lotta umana per la sapienza”.

Il processo che si viene così dipanando indica, secondo Colli, il passaggio verso la sfera razionale dell’uomo che conduce, in estrema sintesi, dai profeti ai filosofi. Ma che, al contempo, svilisce il mistero in indovinello. [Continua »]


Di meli in fiore e nuvole gocciolanti

Che ci sarebbe di male nel volersi cullare per qualche riga in uno di quei proverbi di cui nessuno conosce o ricorda l’origine? Di certo, non c’è niente di male nel fidarsi e affidarsi alla familiare espressione “il tempo guarisce tutte le ferite”. Il problema sorge, come sempre, quando mettiamo in dubbio qualcosa che ci è dato per buono. Eppure chiediamoci, per un attimo, cosa essa significhi veramente.

Facilmente riconosceremo, celati dietro le proverbiali “ferite”, nient’altro che i ricordi di eventi che hanno generato – e generano ancora – in noi una qualche forma di sofferenza. È innegabile che il tempo, con la sua connaturata facoltà di far susseguire, nel corso della nostra vita, un numero incalcolabile di esperienze, ci offra l’opportunità di essere plasmati e plasmarci in modo da far fronte alle difficoltà. Questo meccanismo di apprendimento e miglioramento di noi stessi non riguarda, però, esclusivamente le avversità future. Con una sorta di effetto retroattivo, anche ciò che abbiamo già vissuto viene reinterpretato attraverso nuove chiavi di lettura. L’esperienza ci aiuta ad acquisire strumenti come l’autocritica, l’empatia o la capacità di perdonare, in un processo di maturazione continua e auspicata. In questa metamorfosi, torniamo all’infinito sui nostri ricordi più irrisolti, rielaborando ciò che proviamo rispetto ad essi sulla base dei nuovi punti di vista che abbiamo acquisito. Potremmo dire, forse, che, più che curare la ferita, il tempo ci insegni ad affrontarne il dolore. [Continua »]


Essere due. Essere in due.

Per Polluce! Quando lo guardo e vedo il mio aspetto, tale e quale, perché io sono uno che si specchia spesso, be’, non c’è nulla di più simile a me. Cappello e vestito, uguali. Gamba e piede, altezza, gli occhi e la tosata, labbra, naso, mascella, mento, barba, collo, tutto! Cosa posso dire? Se ci ha pure le cicatrici sulla schiena, non c’è nulla di più simile. Ma che cosa sto a pensare? Io sono quello che sono sempre stato, non c’è dubbio. 

Nell’Anfitrione di Plauto, Sosia, il servo spaccone, ottuso e un po’ vigliacco si sta avvicinando alla casa del suo padrone con il compito di portare ad Alcmena, la padrona, la notizia della vittoria in battaglia del marito. Pavido e pauroso, al momento della lotta Sosia si è nascosto ed ora deve trovare le parole giuste per raccontare un’epica pugna alla quale non ha assistito. Arrivato alla porta, gli sbarra il passo il dio Mercurio che sta vegliando sull’inganno di Giove che, sotto le mentite spoglie del marito Anfitrione, amoreggia con Alcmena. Mercurio ha appena assunto le sembianze di Sosia e lo apostrofa in questo modo: Tu dunque osi dire di essere Sosia, mentre Sosia sono io? Il povero Sosia – dal suo nome deriva il significato per antonomasia di una persona talmente simile ad un’altra da essere scambiata per quella – sbalordito e testardo, pur sotto una gragnuola di pugni divini, tenta di rivendicare la propria identità, la propria individualità: non ha dubbi, è quello che è sempre stato. [Continua »]


1000 storie… o giù di lì

Christian Schloe, Time to fly

In questo mese di febbraio ci ha lasciato Erriquez (al secolo Enrico Greppi), il fondatore della Bandabardò, uno dei principali gruppi musicali folk italiani. La sua eredità musicale e culturale è riassunta in una frase del suo addio social ai fan: “Ogni storia ha una vita e ogni vita ha mille storie”.

Le parole dell’artista riprendono il concetto in BC molto amato di “abbiamo bisogno di storie” e inseriscono una nuova prospettiva.

Possiamo ripartire dalle storie, ovvero guardarle con occhi nuovi. È questa la “vera” libertà che abbiamo con le storie. Ma possiamo anche entrare nelle storie dalle finestre invece che dalle porte. Prendere l’avvio dalle parole che scatenano le storie e, magari, fermarci sui sogni che impastano le storie.

In poche righe abbiamo già tutto un mondo a nostra disposizione: abbiamo lo sguardo, abbiamo la libertà, abbiamo le parole e abbiamo i sogni.

Che siano questi gli ingredienti delle storie, le materie prime? Potrebbe sembrare così: c’è vita in questi pochi elementi e dunque, quasi come in un sillogismo, saremmo tentati di rispondere sì.

Ma le storie non vanno d’accordo con il ragionamento sillogistico, ovvero quel modo di pervenire a conclusioni vere se le premesse sono vere… una storia potrebbe non “piacerci” più se diventasse necessario controllare e verificare sempre le premesse da cui ha inizio.

Semplicemente, una storia ci piace quando inizia. O meglio, quando inizia davvero. Quando quella parola, quell’immagine che il nostro occhio si è formata internamente, quando quel frammento di sogno cominciano a tirarci la manica, a trascinarci, a non lasciarci più. A voler stare con noi. [Continua »]


Cadmo e Armonia, musica etica poetica

Il ventisette aprile del 1673 a Parigi viene rappresentata, per la prima volta, la tragédie en musique di Jean-Baptiste Lully, Cadmus et Hermione. Il libretto dell’opera, scritto da Philippe Quinault, riprende il mito del fondatore di Tebe, Cadmo, e di Ermione, o Armònia, figlia di Ares e Afrodite, ispirandosi alla versione contenuta nelle Metamorfosi di Ovidio. Non possiamo dire se, in questa data, si sia verificato un incontro di biografie tra Lully e Leibniz. Le uniche certezze che possediamo riguardano la contemporanea presenza a Parigi di Leibniz e il riferimento critico che, nella Teodicea, rivolge all’opera. L’universo, sembra dirci Leibniz, non è l’abbagliante perfezione della corte del Re Sole – che sempre rischia di mutare nella dorata condanna di Mida – né il lieto canto delle arie di Cadmo ed Ermione, ma è anche attraversato dalla dissonanza, dall’imperfezione del male.

L’esempio musicale non sorprenderà quanti tengano ben presente la perfetta sintonia tra i differenti campi disciplinari, coltivati da Leibinz in una prospettiva unitaria e organica. Appare, infatti, impossibile ignorare il significato musicale che il concetto di ἁρμονία reca con sé sin dalle speculazioni cosmogoniche e cosmologiche della scuola pitagorica, che ricavava uno schema di interpretazione razionale dell’universo dalla scienza armonica, fondata sulla divisone aritmetica dell’unica corda dello strumento chiamato monòchordon. All’epoca di Leibniz, già nello studio dell’armonia era stato teorizzato l’uso delle cosiddette dissonanze, ampiamente praticate sin dagli inizi della polifonia. [Continua »]


Un esistere oltre noi stessi

Cosa succede quando si riduce la dimensione dell’esperienza a quella dell’esperimento? Ci si mette al sicuro, in primo luogo. Al riparo dalle perdite, dalle contaminazioni, dai rischi, dalle cadute, dalle ferite e dalla casualità che invece contraddistinguono la vita vera, agita, rispetto ad una vita immaginata o vissuta a distanza di sicurezza. A prima vista può sembrare che con questa mossa si possa vincere tutto senza perdere nulla, e invece il prezzo che si paga può essere più consistente del rischio che si voleva evitare. Nel saggio Elogio dell’amore. Intervista con Nicolas Truong, il filosofo Alain Badiou sostiene che il concetto di amore attualmente in vigore nella nostra società sia contraddistinto da una connotazione securitaria: come l’idea della “guerra a morte zero” dei conflitti della nostra epoca, così l’amore è oggi pensato e proposto come un esperimento più che come esperienza, come  un evento cioè reversibile, privo di rischi, calcolabile, ripetibile e seriale, in cui tutto è, proprio come in un laboratorio, perfettamente sotto controllo. Prova ne sarebbero gli slogan di alcune agenzie pubblicitarie per siti di incontri che promettono “l’amore senza l’innamoramento”, o “l’amore privo di rischi” ovvero senza quella caduta che la lingua inglese conserva perfettamente nell’espressione “to fall in love”.

Ciò che accomuna tanto l’amore securitario con l’idea della guerra a rischio zero è secondo Badiou la concezione per la quale viene eliminata la componente dell’esperienza, la quale è caratterizzata invece da un rischio intrinseco. Ciò che la visione securitaria dell’amore cerca di dimostrare è che il rischio che il soggetto corre nell’esperienza (in questo esempio dell’amore) sia inutile, anziché essere il rischio stesso l’elemento attraverso cui l’esperienza in quanto tale si dà.   [Continua »]


State contenti, umana gente, ‘al quia’

Decifrare i dati, legarli uno ad uno perché emerga un significato. Di alcuni di essi ci sembra di intravedere il senso, di altri non resta che un grande punto interrogativo. Dove sta scritto, però, che ogni arcano debba essere svelato, che ogni nodo debba essere sciolto, possibilmente prima dello scadere del tempo? Qui si tratta della vita, non delle condizioni sulla trasparenza di un contratto commerciale, qui tutto è più complicato. Ci sono alcuni autori della letteratura che ci richiamano al fatto che non tutto è da spiegare, ma tutto da comprendere, da mettere nello zaino e portarselo dietro per sempre come problema. Autori che, pur non negando un senso della storia, ci ricordano che occorre un tempo di svelamento, liberandoci da un’ansia di dimostrabilità immediata.

Federigo Tozzi, scrittore senese di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla morte, parla di misteriosi atti nostri. Misteriosi significa che qualcosa di insondabile li percorre come una vena d’acqua carsica. Non solo, dunque, il mistero abita quello che ci accade, ma perfino quello che agiamo – o pensiamo di agire – noi. Con le sue opere Tozzi ci ricorda proprio che le cose accadono spesso impreviste e insondabili. In Bestie, raccolta di prose brevi, ogni racconto è segnato dal far capolino – quasi a caso – di un animale: la voce narrante ci sta descrivendo una scena familiare, un paesaggio, una preoccupazione e improvvisamente, sotto la finestra di casa, passano degli agnelli che qualcuno porta a vendere al mercato. Oppure durante un litigio a tavola tra moglie e marito, proprio quando i due stanno per venire alle mani per la minestra non salata a dovere, una formica si infila nell’orlo del fiasco: bisogna mettere in salvo il vino e la lite svanisce. [Continua »]