“Com’è umano Lei!”

“Com’è umano Lei!”, commenta l’impotente travet in risposta alle affermazioni – che tutto sembrano fuorché umane – provenienti dal proprio datore di lavoro. Il celebre tormentone di Paolo Villaggio, nella doppia veste di Fracchia/Fantozzi, risuona come l’arresa definitiva del povero impiegato di fronte allo strapotere finanziario e burocratico dei padroni. Svuotato di una propria volontà, bastonato dalla vita (non solo) lavorativa, fallito nei rari lampi di orgoglioso riscatto, a Fracchia/Fantozzi rimane soltanto l’ammissione della propria sconfitta, riconoscendo al nemico la qualità che, più di tutte, gli difetta: l’umanità.

Perché l’avversario di Fracchia/Fantozzi di umano ha ben poco. Che assuma le fattezze del MegaDirettoreGalattico o di un centurione romano, egli è comunque il simbolo e il tramite di un potere macchinico, che si impone sull’uomo, riducendolo a un insicuro e patetico omino. Da un lato, dunque, riecheggia la summa divisio di Totò tra uomini e caporali, dall’altro rinvia alla più articolata elencazione svolta dal mafioso Don Mariano, nel romanzo di Sciascia Il giorno della civetta: [Continua »]


[Report] Officina di ottobre 2019

Cristiano

Cristiano ha ripercorso gli elementi già presentati nell’editoriale, in paricolare soffermandosi sulla differenza tra una comunicazione tecnica (in cui al linguaggio deve corrispondere il più possibile una “realtà oggettuale”) e una comunicazione letteraria in cui è invece centrale uno “scarto” tra ciò che il linguaggio descrive oggettualmente e ciò che invece intende rappresentare. Ha aggiunto che ciò è altrettanto vero nelle arti visive, facendo l’esempio della differenza tra una fotografia e una fototessera.

Ha voluto però anche ricordare che l’arte sposta di continuo i limiti netti che intendiamo a volte tracciare, proiettando alcune immagini dalla serie Portraits di Thomas Ruff: ritratti eseguiti come fototessere, stampati però in grande o grandissimo formato, attraverso i quali l’oggetto “triviale”, mutato di dimensione e di contesto, acquisisce un senso ulteriore.

Margherita

Margherita ha fatto riferimento ai temi della citazione sbagliata e del colpo di scena che ci spinge a reinterpretare un’intera storia. In particolare, ha mostrato un quadro attribuito a Botticelli e conosciuto come “La derelitta”. Quest’opera ha una storia molto particolare, dato che, quando inizialmente fu riscoperta nel 1800, fu interpretata in modo completamente errato. Il quadro, infatti, non rappresenta una donna, ma un uomo. L’errore fu dovuto alla mancata considerazione del contesto in cui l’opera fu realizzata, ma anche all’ eccessiva attenzione al momento culturale in cui è stata riscoperta, dato che i critici d’arte l’avevano idealmente accomunata alle figure di donne della letteratura di quel periodo come Madame Bovary o Anna Karenina. Attualmente si conosce la vera origine e il significato di quest’opera, ma essa è ancora titolata “La derelitta”, che, proprio come “Luke, io sono tuo padre!”, è una “citazione sbagliata” rimasta celebre. Allo stesso modo, come per Luke la rivelazione paterna comporta un cambio di prospettiva, anche nel caso dell’opera attribuita a Botticelli (ma, in realtà, l’autore effettivo sembra essere Lippi) si è stati costretti a tornare mutare le proprie convinzioni.

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“Luke, sono tuo padre!”

Nel 1994 Einaudi pubblicava in un sottile volumetto i risultati di un concorso intitolato Una frase, un rigo appena. Scopo del concorso era scrivere in poche righe un racconto che avesse una storia e un senso compiuto. La raccolta veniva completata da una seconda parte in cui autori affermati selezionavano frammenti propri o di opere celebri che avessero la stessa caratteristica: contenere in poche frasi un’intera vicenda. Il libro è decisamente godibile, ma per stessa ammissione dell’editore non va oltre il divertissement: più si accorciano le storie, più si corre il rischio di scivolare verso l’aforisma, il motto di spirito o la ricerca dell’espediente.

Di lì a poco, l’emergenza del Web avrebbe regalato alla parola scritta una rinnovata giovinezza: chiunque poteva scrivere qualunque cosa ed essere letto da chiunque, ovunque, in qualunque momento. Il primo effetto di questa improvvisa emancipazione del testo scritto fu la grande abbuffata dei blog, i quali sarebbero però stati velocemente oscurati da modalità di comunicazione più sintetiche e più compatibili con una massa di informazioni esponenzialmente crescente ma accompagnata altresì da una soglia di attenzione sempre più bassa: quelle dei social.

Quando nel 2017 Twitter annunciò il raddoppio dei caratteri disponibili per un Tweet (da 120 a 240), avvenne un fatto singolare: gli utenti si sollevarono. La forza comunicativa di un tweet, si sosteneva, è proprio nella sua sintesi (figlia, per dirla tutta, dell’epoca dei costosissimi SMS degli anni Novanta). Può sorprendere che un gruppo di utenti si lamenti di avere maggiori possibilità: eppure, lo stile comunicativo online è diventato sempre più condensato, veloce, essenziale. Ha le caratteristiche più del “graffio” che del trattato; accenna, allude, si appoggia a un serbatoio comune di informazioni che viene dato per scontato e colpisce secco, fino a non prevedere neanche risposta, come nel caso di quella forma espressiva sostanzialmente nuova che è il meme. [Continua »]


Settembre, è tempo di rialzarsi e ripartire

L’editoriale di questo settembre è quello che in gergo si potrebbe chiamare un “copia e incolla”. O anche un piccolo scippo, ma concordato.

Abbiamo infatti chiesto ad Andrea Monda, presidente di BombaCarta e direttore dell’Osservatore Romano di farci un prestito: lasciarci “usare” l’editoriale che lui stesso ha firmato e che è apparso sul suo quotidiano lo scorso 2 settembre con l’esatto titolo “Settembre, è tempo di rialzarsi e ripartire”.

Il perché è presto detto: lo stile è molto BC e ci immerge completamente nell’atmosfera amata e un po’ odiata del ritorno dalle vacanze e della ripresa delle nostre attività, con uno sguardo ammiccante ma non troppo ai buoni propositi che il riposo ci ha aiutato ad elaborare. Ci spinge a osservare, guardare, a non fermarci. A proseguire i nostri viaggi estivi, a traghettarci verso altre e nuove mete. Buona lettura! [Continua »]


Cambiare vita, aprire la mente

Questa mattina, mentre andavo in ufficio, sull’autobus mi è capitato di leggere questo slogan su una borsa di tela di un altro passeggero: cambiare vita, aprire la mente (lascio a voi scoprire di cosa si tratti esattamente).

Nel movimento a sobbalzi del bus la borsa si muoveva rivelando la scritta come un’onda che appariva e scompariva: ho anche piegato il capo per leggerla nella sua interezza. Perché, in fondo, è una bella frase. Una frase che aggancia, che invita a riflettere e che si applica tanto al quotidiano quanto al rivoluzionario mondo delle scoperte. E all’estate. [Continua »]


[Report] Officina di giugno 2019

Valerio

Nella ripresa dell’editoriale di giugno si evidenzia come il ‘tirare le somme’ possa essere inteso, al contempo, come bilancio ‘calcolante’ e come rilettura dell’esperienza. I temi lungo i quali si sviluppa l’intervento (e l’Officina) sono i seguenti:

1) come ‘fare tesoro’ dell’esperienza? O come non farne: è il caso del finale di Burn after reading;

2) differenza tra senso, morale e ‘sugo della storia’, attraverso la lettura de I promessi sposi;

Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. “Ho imparato,” diceva, “a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere.” E cent’altre cose.

Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, “e io,” disse un giorno al suo moralista, “cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire,” aggiunse, soavemente sorridendo, “che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi”.

Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.

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2+2=5: Tiriamo le somme

Dopo aver superato indenni le vicissitudini più eterogenee, schivando epidemie, moti rivoltosi, monache sventurate e malvagi signorotti, Renzo e Lucia possono infine mantenere la reciproca promessa di unirsi in matrimonio. Celebrato lo sposalizio, ultimati i festeggiamenti, intrapresa una fin troppo tarda vita coniugale, ai due – non più promessi – sposi residua pur sempre un futuro radioso e allietato dalla presenza di una innumerevole prole. Ma cosa rimane al lettore?

“Il bello era sentirlo raccontare le sue avventure”, scrive Manzoni. Come Ulisse presso la corte dei Feaci, come Ismaele scampato alla balena, come il Vecchio Marinaio fuori dalla festa nuziale, come Bilbo Baggins di ritorno nella Contea – e l’elenco potrebbe ancora essere lungo, perché lunga è la lista degli avventurieri di cui da sempre l’uomo narra – anche Renzo Tramaglino non può fare a meno di raccontare “e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate”. L’avventura per diventare storia deve necessariamente passare dal racconto e il racconto non può che diventare, al contempo, rilettura della propria esperienza, soppesando ombre e luci, ma anche dilatando nel proprio immaginario ora le une ora le altre.

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