BombaMag n. 3: Fuori Fase

Esce oggi il numero 3 di BombaMag intitolato “Fuori Fase” e ispirato dall’editoriale di Tiziana Debernardi.

Ci muoviamo fra discese e cadute, tempi fluidi e tempi fermi, armonie dissonanti, altalene, navi di folli, marionette, vertigini, insomma tra tutto quello che siamo e che cerchiamo di essere in un periodo di grande incertezza mentre cerchiamo di recuperare l’equilibrio o di trovarne uno nuovo.

In allegato, i report dei laboratori BombaInk e BombaFoto.

Buona lettura!


Giù la maschera

La parola persona ha un’etimologia non sicura: pare che la sua origine affondi nella lingua etrusca e derivi dal sostantivo phersu (fersu) che significa maschera.

È una delle etimologie che considero più affascinanti, anzi più potenti, per la capacità di poche lettere di avere uno spettro di copertura semantica tanto ampia.

L’uomo viene definito attraverso una delle sue “parti”: la più visibile ma anche la meno conoscibile. Partendo dall’assunto che ogni uomo, ogni persona appunto, sia una maschera, indossi una maschera.

La maschera è un “accessorio” – mi verrebbe da dire un complemento – che porta con sé un’aura di mistero. Il termine avrebbe, anche in questo caso, un’antica origine linguistica preindoeuropea ed indicherebbe (masca) il colore nero della fuliggine, fino a transitare nel latino medievale (mascara), con il significato di essere demoniaco, spettro, fantasma scuro. [Continua »]


Fuori fase

Nel canto XXXIV dell’Orlando furioso, il prode Astolfo, scortato da San Giovanni Evangelista, arriva sulla Luna a bordo del carro di Elia. Non risulta da alcuna fonte che abbia consultato un lunario per decidere se ci fosse una fase più propizia per questo suo viaggio. Doveva andare. Per portare a termine un compito importantissimo: recuperare il senno di Orlando e farlo tornare a combattere nella guerra contro i Mori.

Così anche ET, nella sua avventura sulla Terra, ad un certo punto ha la necessità di tornare a casa, lassù nel cielo universo e, seduto nel cestino della bicicletta di Elliot, si alza verso l’alto, sullo sfondo di un’incredibile luna piena.

Anche in questo caso siamo piuttosto sicuri che i due protagonisti della storia che ci ha intenerito quasi quarant’anni fa non avessero fatto alcun calcolo astronomico.

Eppure le fasi lunari rappresentano la costanza di un susseguirsi temporale che disciplina le nostre vite.

Forse in questi termini la cosa ci appare un po’ impegnativa ma l’eterna regolarità con cui viene descritto il diverso aspetto che la Luna mostra verso la Terra durante il suo moto, crea una serie di intervalli ritmati. Crea il mese del nostro calendario gregoriano. Crea quelle caselline quotidiane che riempiamo di appunti, impegni, idee, liste. Crea un “dentro”.

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Pazienza

La coda all’entrata del supermercato aveva continuato ad allungarsi da quando ero arrivata. Ci si guardava negli occhi – l’unica parte del viso scoperta – in attesa del proprio turno e solo un paio degli avventori più annoiati cercavano di intrattenere una qualche sorta di conversazione. Tre o quattro persone e sarebbe toccato a me. Cominciò ad alzarsi un vento freddo. Mi ripetevo la lista della spesa e cercavo di ricordare in quale scaffale trovare i singoli prodotti. Bisogna risparmiare tempo. Sentii la prima goccia sulla fronte. È bel tempo, non ci sarà bisogno di portare l’ombrello, avevo pensato prima di uscire di casa. Ecco la breve storia di come mi sono ritrovata davanti alle porte scorrevoli del supermercato vicino casa, sotto un acquazzone, inerme. Nessuno sembrava propenso a perdere il proprio posto in coda per ripararsi, tutti guardavamo in cielo. Una nuvola passeggera, era la speranza di tutti. Bastava aspettare che smettesse di piovere o che arrivasse il proprio turno.

Nel trovarmi in questa situazione, qualche giorno fa, non ho potuto fare a meno di chiedermi: quand’è che abbiamo imparato a rimanere impassibili sotto la pioggia? O meglio, siamo forse diventati, in un certo senso, più pazienti?

Questi sono indubbiamente “tempi d’attesa” e forse non era così complicato, in un primo momento, evitare che divenissero anche “tempi morti”. Più, però, la nostra attesa si protrae, più quello “state a casa” diviene una sfida costante, più è necessario tenere duro, resistere. Portare pazienza. Certo, non abbiamo molta scelta, ci sono i decreti, i controlli, ma anche la necessità, la coscienza, la paura, che ci mantengono – più o meno – in riga. Eppure, credo, poco potrebbero questi elementi, se decidessimo di cedere. Aleksandr Radiscev scrive in Viaggio da Pietroburgo a Mosca:

Ho capito che troppo spesso la ragione è schiava dell’impazienza.

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2001 – A Space Odissey

Andando diretti al concetto di attesa, si potrebbe in una prima analisi distinguere quattro macrocategorie: un’attesa che qualcuno (o qualcosa) arrivi o l’attesa di arrivare noi stessi; e in secondo luogo, se alla fine dell’attesa c’è il ricevere qualcosa o il dare qualcosa.

C’è l’attesa del bambino per il suo regalo di compleanno, c’è l’attesa dei Magi di consegnare Oro, Incenso e Mirra, c’è l’attesa del nonno che riceve la visita dei nipoti e c’è l’attesa dell’esploratore di arrivare alla sua meta. Ebbene, la mia impressione è che, al di là di questioni contingenti, queste attese abbiano qualcosa di profondissimo ed essenziale in comune.

Un’opera che, a mio avviso (in uno dei suoi molti livelli interpretativi), parla bene di attesa è 2001: A Space Odyssey . Il film di Kubrick gioca molto su questo aspetto, quasi ubiquo nella pellicola. [Continua »]


Mundus patet

Il mundus cereris era una fossa scavata nel Santuario di Cerere e consacrata agli dèi Mani, ossia alle anime dei defunti. Tale sito era legato a uno dei riti più caratteristici della religione romana arcaica, ossia alla cosiddetta apertura del mundus (“mundus patet” significa infatti “il mundus è aperto”).

Quando il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre la fossa veniva aperta, mettendo così in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti, le anime dei defunti si impossessavano della città, e così ogni attività ordinaria veniva sospesa, le persone si rinchiudevano in casa, era proibito dare battaglia, celebrare matrimoni, perfino le porte dei templi erano chiuse.

I romani chiamavano il tempo corrispondente all’apertura del mundus il “tempo sospeso”.

Se per gli antichi romani questa condizione di sospensione del tempo e della vita durava solo per un giorno, oggi ci ritroviamo a esperire questa dimensione come vero e proprio orizzonte mentale da più di un mese e mezzo, senza avere la certezza di una data di ripristino della normalità. Viviamo in attesa, in un tempo che potremmo anche noi, come i romani, definire “sospeso”.

Ma di che tipo di tempo si tratta? Che tipo di sospensione stiamo vivendo esattamente? [Continua »]


Tensioni

L’attesa con cui oggi stiamo facendo i conti è strana e difficile da definire: da una parte ci sentiamo inchiodati nel presente, dove siamo costretti ad aspettare, dall’altra siamo trascinati verso il futuro dove avverrà ciò per cui attendiamo, anche se non sapremmo dire cosa attendiamo (se veramente attendiamo) e soprattutto se questa attesa ha un senso. Ci troviamo “stesi”, o meglio, tesi  tra questi due poli, il presente e il futuro, come panni appesi a un filo, tenuti per le estremità soltanto da due mollette di legno, aspettando il bel tempo.

È questo il clima in cui poco tempo fa mi sono ritrovata a leggere un romanzo di Benjamin Tammuz, Il minotauro; il significato profondo del libro mi è sembrato essere racchiuso proprio in un’attesa, apparentemente insensata:

Sulla parete era appesa un’acquaforte, un regalo spedito loro da Parigi, dove si vedeva un mostro dalla testa di toro e dal corpo di uomo, che si piegava sulle ginocchia in un’arena, pronto a morire. Dalla tribuna vicina una donna gli tendeva  la mano, come cercando di toccare la testa dell’essere agonizzante; tra la mano tesa e la testa gigantesca era rimasta una piccola distanza, e Aleksandr sapeva che se la mano avesse toccato la testa, il moribondo si sarebbe salvato. Aspettò a lungo, forse il miracolo sarebbe accaduto e la mano, nonostante tutto, avrebbe toccato la testa. Ma il miracolo non accadde e Aleksandr chiuse gli occhi.

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