Sospensioni

Chissà quante volte abbiamo sentito ripetere nel corso della nostra vita scolastica questa frase. “Rimandati a settembre”. Il monito che lanciavano all’inizio di ogni anno i professori e che diventava l’incubo da cui fuggire durante i mesi trascorsi tra le mura di quell’edificio amato/odiato da milioni di studenti.

Chissà quante volte le nostre sorti o quelle dei nostri compagni di (dis)avventure sono state legate a questo filo. Quel filo che teneva sospesi i malcapitati nell’incertezza e che scombinava i piani estivi. Sarebbero riusciti a superare l’anno? Avrebbero ritrovato a settembre i compagni di sempre, i professori di sempre, la routine di sempre? Ed ecco che, prospettandosi la possibilità di stravolgere le certezze avute fino a quel momento, aveva inizio uno “studio matto e disperatissimo”: viaggi annullati e libri alla mano, si tenta il tutto per tutto per cercare di mantenere la propria stabilità e il proprio equilibrio.

Spesso la scuola ci parla di “sospensione”, un termine che, nell’accezione datagli, non amiamo poi tanto. La valutazione di un alunno può essere sospesa, come nel caso in cui si venga rimandati a settembre, oppure si può essere sospesi in seguito ad un evento non piacevole, ovvero allontanati dalla comunità e dalla frequenza delle lezioni per un periodo più o meno lungo a seconda della gravità di quanto accaduto. In entrambi i casi, ritroviamo alcuni elementi comuni: una situazione di partenza al di fuori di quanto normalmente accettato che genera un’interruzione delle proprie abitudini, la cui ripresa dipenderà dalle valutazioni effettuate da altri. [Continua »]


OpenLab – pt. 13: V. Hugo, Novantatré

Prosegue l’OpenLab nella sua versione virtuale, adatta al momento che stiamo vivendo e sperimentazione di un “modello” per la condivisione e il commento di un testo a distanza. Con questa puntata l’OpenLab si prende una piccola pausa, ma tornerà presto e – si spera – dal vivo.

Federico: Novantatré (Victor Hugo)

“Tu, cristiano, sei un infedele; tu, bretone, sei senza onore; sono stato affidato alla tua lealtà, e sono stato accolto dal tuo tradimento; tu dai la mia morte a coloro ai quali hai promesso la mia vita. Sai chi è il perdente, qui? Sei tu. Tu sottrai la mia vita al re e consegni la tua eternità al demonio. Su, commetti il tuo delitto, sono pronto. Vendi a basso prezzo la tua parte di paradiso. Grazie a te il diavolo vincerà; grazie a te le chiese cadranno; grazie a te i pagani continueranno a fondere le campane per farne cannoni e mitraglieranno gli uomini con ciò che salvava le anime. Nel momento in cui ti parlo, può darsi che la campana che ha suonato per il tuo battesimo uccida tua madre. Su, aiuta il demonio. Non fermarti. Sì, ho condannato tuo fratello, ma sappi che io sono uno strumento di Dio. Ah, tu giudichi i mezzi di Dio! Oseresti dunque giudicare la folgore che è in cielo? Disgraziato, sarà essa a giudicarti. Attento a quel che stai per fare. Sai almeno se sono in stato di grazia? No. Ma non te ne importa. Fa’ come vuoi. Sei libero di gettarmi all’inferno e di gettartici con me. Le nostre due dannazioni sono nelle tue mani. Davanti a Dio, il responsabile sarai tu. Siamo soli, e uno di fronte all’altro nell’abisso. Continua, termina, concludi. Io sono vecchio e tu sei giovane; io sono privo di armi, e tu armato; uccidimi”.

[Continua »]


BombaMag n. 2: In-attesa

Dopo il primo numero dedicato ad “Arte e quarantena”, esce oggi con il tema “In-attesa” BombaMag n. 2, ispirato dall’editoriale di Valerio De Felice.

Come stiamo vivendo questa condizione di sospensione? Cosa (ci) aspettiamo? Riflettiamo su queste e altre domande in 43 pagine di testi e immagini.

Potete scaricare la versione in alta risoluzione da 11MB oppure quella in bassa risoluzione da 1,8MB.

Buona lettura!


I rumori del silenzio

Il 33 giri da cui è tratto The sound of silence di Simon & Garfunkel si intitola Sounds of silence. Un plurale che passa quasi inosservato. Il silenzio non ha una definizione univoca o meglio è difficile da definire. Ma ciò che provoca ha una eco infinita, notevole. Quasi plurale.

Questa quarantena (chiamiamola così per convenzione) mi colpisce per il silenzio. Anzi, mi colpisce perché mi ha letteralmente costretto a concentrarmi sul silenzio. Lo sento, lo percepisco, lo vedo. In certi momenti mi stordisce, mi infastidisce, mi sovrasta. Non ci sono, non ci siamo abituati. Lego questa forte sensazione alla paura che domina questo momento: paura non voluta, non cercata, non sempre riconosciuta.

È di questi giorni la lettura online di un articolo firmato da Arabella Cifani su “Il Giornale dell’Arte” dove ho ritrovato paura e silenzio: la terribile piaga della peste dei primi decenni del XVII secolo a Torino e la sua rappresentazione artistica. Cito dall’articolo:

Nel 1627 i frati della Chiesa di San Francesco d’Assisi di Torino, con spirito profetico e gusto del funereo veramente molto torinese, fecero dipingere dal pittore Giovanni Battista Della Rovere (Torino, prima del 1604- Torino, 1631 circa) un cupo e spaventoso dipinto intitolato «Speculum humanæ vitæ». Il quadro, oggi al Museo Diocesano di Torino, è sempre stato ricordato dalle fonti storiche come presente nell’atrio del convento: una sorta di inquietante e beffardo benvenuto per i visitatori e i fedeli.

 

[Continua »]


In attesa

Il giovanotto che, nel colmo dell’estate, parte da Amburgo alla volta di Davon-Platz, per una visita di tre settimane presso il Sanatorio Internazionale Berghof, non immagina certamente che il proprio soggiorno si protrarrà per sette anni. E tuttavia Hans Castorp era stato avvisato, al suo arrivo, dal cugino Joachim:

“Ho capito. Tu pensi già di ritornartene a casa” rispose Joachim. “Aspetta, aspetta; sei appena arrivato. Certo, per noi quassù tre settimane non sono niente, ma per te che sei venuto in visita e conti di restare soltanto tre settimane, per te sono un cumulo di tempo. (…) Qui ti manipolano il tempo altrui come non puoi immaginare. Per loro tre settimane sono un giorno. Vedrai, tutte cose che avrai modo di imparare” disse, e aggiunse “Qui si mutano i propri concetti.”

Se Hans Castorp, sin dal principio de La montagna incantata, pensa di ritornarsene a casa, oggi la nostra vita è tutta sintetizzata in una frase che è al contempo slogan, consiglio, ammonimento, hastag, prescrizione normativa: “restiamo a casa”. Questa frase segna, in un sol colpo, il limite del nostro orizzonte spaziale e temporale, ridisegnando abitudini presenti e aspettative future. Restiamo in attesa, giorno dopo giorno, di bollettini sanitari, di provvedimenti governativi, di notizie confortanti sulla malattia, di decreti che prolunghino o sospendano questo stato di reclusione.

[Continua »]


Arte. Consolare, nominare, annunciare

Arte, arte! In questi giorni si ha l’impressione che l’arte sia divenuta una delle grandi protagoniste delle ore da riempire. Appare sotto le forme più svariate: citazioni e dipinti sui social, offerte di tour virtuali dei più prestigiosi musei, programmi televisivi che ci fanno scoprire la ricchezza del patrimonio artistico mondiale.

Arte, dunque, ovunque; ma quale è la sua funzione, a patto che una funzione ce l’abbia? Sicuramente ne ha una consolatoria, perché attraverso il gesto artistico di altri sentiamo descritta la nostra sofferenza, così come la nostra gioia, la rabbia, la tristezza. L’arte delinea tutto questo con parole e segni a noi impossibili eppure necessari. Di fronte ad una grande opera – grande nel senso di vera – viene sempre da dire: ecco, è quello che avrei voluto esprimere io, ma non sapevo come fare a dirlo.

[Continua »]


OpenLab – pt. 11 e 12: Knausgard e Lewis

Prosegue l’OpenLab nella sua versione virtuale, adatta al momento che stiamo vivendo e sperimentazione di un “modello” per la condivisione e il commento di un testo a distanza.

Diego: L’isola dell’infanzia (Karl Ove Knausgard)

Si sarebbe portati a credere che queste fotografie rappresentino una specie di memoria, un insieme di ricordi, anche se privi di quell’io” da cui essi normalmente scaturiscono. Viene allora naturale chiedersi che cosa significhino. Ho visto un numero infinito di foto, scattate in quegli anni, di famiglie di amici e di fidanzate che sembrano così paradossalmente uguali da confondersi. Gli stessi colori, gli stessi abiti, gli stessi spazi, le stesse occupazioni. Eppure a queste immagini io non collego niente, in un certo senso risultano prive di significato, insignificanti, e questo aspetto diventa ancora più palese quando io osservo le foto delle generazioni precedenti, si tratta soltanto di un aggregato di esseri umani, con indosso indumenti esotici insoliti, che stanno per compiere qualcosa che mi risulta imperscrutabile. È il tempo quello che noi ritroviamo nelle foto, non gli esseri umani che vi compaiono, loro non si lasciano catturare. E questo valeva anche per le persone che facevano parte della mia cerchia più intima e ristretta. Chi era quella donna che si era messa in posa davanti ai fornelli dell’appartamento in Thereses gate, con indosso un abito azzurro chiaro, con un ginocchio premuto contro l’altro e i polpacci separati, in quella posizione tipica degli anni sessanta? Quella con i capelli raccolti e cotonati? Gli occhi azzurri e quel sorriso dolce che era così dolce da non parere quasi un sorriso? Con lei che stringe una mano intorno al manico del bollitore di metallo dal coperchio rosso che si usava per preparare il caffè? Si, era proprio mia madre, la mamma in persona, ma chi era? A cosa stava pensando? Come vedeva la propria vita, quella che aveva vissuto fino a quel momento, e quella che l’aspettava? Lo sa solo lei, e la foto non dice niente di tutto questo. Una sconosciuta in una stanza sconosciuta, tutto lì. E quell’uomo che dieci anni dopo è seduto su una roccia e sta bevendo il caffè dallo stesso coperchio rosso poiché si è dimenticato di infilare nello zaino due tazze quando sono partiti, chi è? Dalla barba nera, ben curata e i capelli neri e folti? Quell’uomo dalle labbra sensibili e gli occhi allegri? Oh sì, certo, era mio padre, il mio papà in persona. Ma chi era per sé stesso, in quel momento come in tutti gli altri, nessuno lo sa più.

[Continua »]