[Report] Officina di giugno 2019

Valerio

Nella ripresa dell’editoriale di giugno si evidenzia come il ‘tirare le somme’ possa essere inteso, al contempo, come bilancio ‘calcolante’ e come rilettura dell’esperienza. I temi lungo i quali si sviluppa l’intervento (e l’Officina) sono i seguenti:

1) come ‘fare tesoro’ dell’esperienza? O come non farne: è il caso del finale di Burn after reading;

2) differenza tra senso, morale e ‘sugo della storia’, attraverso la lettura de I promessi sposi;

Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. “Ho imparato,” diceva, “a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere.” E cent’altre cose.

Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, “e io,” disse un giorno al suo moralista, “cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire,” aggiunse, soavemente sorridendo, “che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi”.

Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.

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2+2=5: Tiriamo le somme

Dopo aver superato indenni le vicissitudini più eterogenee, schivando epidemie, moti rivoltosi, monache sventurate e malvagi signorotti, Renzo e Lucia possono infine mantenere la reciproca promessa di unirsi in matrimonio. Celebrato lo sposalizio, ultimati i festeggiamenti, intrapresa una fin troppo tarda vita coniugale, ai due – non più promessi – sposi residua pur sempre un futuro radioso e allietato dalla presenza di una innumerevole prole. Ma cosa rimane al lettore?

“Il bello era sentirlo raccontare le sue avventure”, scrive Manzoni. Come Ulisse presso la corte dei Feaci, come Ismaele scampato alla balena, come il Vecchio Marinaio fuori dalla festa nuziale, come Bilbo Baggins di ritorno nella Contea – e l’elenco potrebbe ancora essere lungo, perché lunga è la lista degli avventurieri di cui da sempre l’uomo narra – anche Renzo Tramaglino non può fare a meno di raccontare “e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate”. L’avventura per diventare storia deve necessariamente passare dal racconto e il racconto non può che diventare, al contempo, rilettura della propria esperienza, soppesando ombre e luci, ma anche dilatando nel proprio immaginario ora le une ora le altre.

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[Report] Officina di maggio 2019

Cristiano

Dopo una brevissima introduzione con alcuni riferimenti all’editoriale, Cristiano anima una discussione col pubblico sul significato della parola “fede”. La discussione si polarizza subito fra la declinazione del dogma e della certezza “cieca” e quella del dubbio e dell’incompletezza.

Tiziana

Dopo la discussione iniziale sulle parole chiave del tema dell’Officina, Tiziana avvia il proprio intervento ricollegandosi all’editoriale e alla storiella ebraica che vede protagonisti un padre ed un figlio: si proverà a parlare di fede a partire dal rapporto di fiducia-fede fra Gesù e Dio Padre.

Dunque fede come relazione, domanda e risposta: si inizia con un brano del meraviglioso testo composto da Mario Luzi come riflessione sulla Passione in occasione della Via Crucis della Pasqua 1999:

[…] Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra,
io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono diventati cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il mio cammino.
Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.
Ma Tu sai questo mistero. Questo solo. […]

Racconta in proposito il poeta: «Ho scritto la passione di Cristo, (…) con lui unico protagonista, lui che parla, un monologo rivolto al Padre, in cui si dibattono la natura umana e il divino compresenti nella sua tribolazione (…) Ho voluto vedere l’incarnazione dall’altra parte. Ho voluto vedere ciò che Dio chiede all’uomo, ma anche quale sacrificio l’uomo è capace di fare per essere all’altezza di quella domanda». [Continua »]


Lubriano: report e impressioni

Abbiamo chiesto a due bomber di riepilogare la due giorni di Lubriano, ovvero di raccontare in sintesi un weekend, un gruppo di persone e alcuni momenti dedicati all’esperienza di BombaCarta.

Una Lubriano fatta di dialogo, di confronto, di domande, di puntualizzazioni; un week end di aprile, funestato dalla pioggia, ma ricco di opportunità.

I bombers presenti hanno fatto insieme una “fotografia” delle Officine tenutesi quest’anno, soffermandosi sul valore che il genere di partecipazione e le tematiche di volta in volta affrontate hanno apportato a BC nella sua interezza.

Hanno anche provato a lavorare sui temi delle ultime due Officine dell’anno, quella di maggio (18) e quella di giugno (8), con uno sguardo in prospettiva al tema generale del prossimo anno.

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2+2=5: Fede, fiducia, affidamento

“Un padre, volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: ‘Salta, che ti prendo’. Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: ‘Salta, che ti prendo’. Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: ‘Salta, che ti prendo’, e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente. A un certo punto il bambino è su un gradino molto in alto, ma salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo e disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: ‘Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre’.”

Hillman approfitta del tradizionale gusto ebraico del paradosso per aprire il breve saggio intitolato Il tradimento. Questa storiella ci precipita subito al centro del problema: non esiste fiducia se non esiste allo stesso tempo la possibilità del tradimento. Adamo nel giardino dell’Eden non ha bisogno di fidarsi: Adamo sa, forte di quella “‘fiducia originale’ o ‘fede animale’, credenza basilare che la terra sotto i piedi è solida e reggerà anche il nostro prossimo passo, che il sole sorgerà anche domani e il cielo non ci crollerà sulla testa.” [Continua »]


BcLings, l’esperienza di Veronica

Quando il seme cade nella terra, smossa dalle mani che l’hanno appena piantato, si nasconde. Si trova all’ improvviso in un ambiente sconosciuto. È scuro tutt’ intorno, le mani lo hanno spinto in profondità e lo hanno ricoperto con una coltre che gli impedisce di vedere il sole. Resta solo, costretto a stare a contatto con nient’altro che la propria essenza di seme. Una creatura indefinita, che attende di diventare qualcosa, ma ancora non è. Dovrà passare tempo, e stagioni, e pioggia e sole e neve e vento, prima che quel seme diventi gambo, e il gambo fiore, e il fiore un papavero rosso in una mattina d’estate.

A BCLings questo siamo. Semi. Di mese in mese portiamo scritture, che si incontrano- e scontrano- con altre scritture. Ed è grazie a questo movimento duplice che il seme riesce a liberarsi pian piano dalla propria scorza e può iniziare ad espandersi. E ad iniziare il suo periodo di dormienza, che a dispetto del nome è tutt’ altro che letargo. È attesa. È il momento in cui il mondo esterno tace, e solo il mondo interiore, quello dell’anima, e dei sogni, lavora. Un lavorio lento, sommesso, ma incessante. E alla fine- non sappiamo quando, ma si arriva sempre a questo momento- il seme è pronto per diventare quello che in principio già era: un bellissimo fiore, solo che non sapeva di esserlo, o non poteva- ancora- esserlo.

Enrica, Valentina, Rita, Annalisa, Elvira, Daniela, Ubaldo, Leopoldo, e poi i più coraggiosi veterani Stas’ e Maurizio: mese dopo mese, anno dopo anno, ci ritroviamo su un paio di sedie disposte a cerchio in una stanza vuota, dove il tempo e lo spazio si annullano nel giro di due ore. La scrittura diventa per noi lo strumento per metterci a nudo e scoprirci, passo dopo passo, e lo facciamo insieme, perché è solo la compagnia reciproca che ci dà il coraggio necessario ad un’impresa di tale portata. Così BcLings, terra bruna che ci accoglie nel suo ventre materno, diventa l’appuntamento con noi stessi.

Sul laboratorio di BCLings, leggi anche l’esperienza di Rita, Daniela, Annalisa.


Cheerwine Easter

CHEERWINE EASTER | HISS GOLDEN MESSENGER

One more bottle before we part

Then spike it with a little hallelujah

We worked all week and we saved our bread

Now here comes Easter Sunday

I do not go by the Book of Days

I do not recall what Daniel said

About the time he spent in the lion’s dead

And here comes Easter Sunday

Oh dance, oh dance

Pack away your sorrows

Oh, yon stands the bell, now make it ring

Don’t study about all the ways of tomorrow

For this is the day of reckoning

Call me a fool, call me a rake

Use me too, for all your awful things

But don’t disabuse me of my Cheerwine spring

And here comes Easter Sunday again