Enigmi

La figura del risolutore di enigmi sembra avere una fortuna intramontabile nella produzione letteraria (e includo nella definizione anche cinema e fumetti).

Non è sempre stato così, e nel sorgere delle fortune dei “detective” si può leggere la nascita di una fede (prima che fiducia) nella capacità umana di sbrogliare la matassa della complessità del mondo attraverso la sola razionalità.

Non è un caso che la principale figura di questo tipo, Sherlock Holmes, nasca in un contesto che vede il positivismo al massimo del suo splendore.

Sherlock e tutti i suoi epigoni possono differire per stile e metodologie, ma la questione alla fine è sempre quella: in quella situazione sembra non ci si capisca nulla, ma una mente allenata può fare luce. È un sogno ottimista sulle capacità umane. [Continua »]


A partire da… The Jungle di Upton Sinclair

“L’acziavimas è una cerimonia che, una volta iniziata, si protrae per tre o quattro ore, e si concretizza in una danza ininterrotta. Gli ospiti formano un grande anello tenendosi per mano e, quando la musica si avvia, iniziano a muoversi in un cerchio. Al centro si erge la sposa e, uno a uno, gli uomini entrano nel cerchio e danzano con lei. Ognuno balla per diversi minuti, finché gli pare e piace, ma è un procedimento molto allegro, con risate e canti, e non appena il ballerino ha finito, si ritrova faccia a faccia con Teta Elzbieta che gli porge il cappello. Dentro il cappello il ballerino lascia cadere una somma di denaro, un dollaro, o forse cinque, a seconda di quanto può ma anche del valore che attribuisce al privilegio di aver ballato con la sposa. Tutti gli ospiti sono tenuti a pagare per questo spettacolo; (…) del resto, le somme che se ne vanno via per organizzare una festa del genere non sono uno scherzo. Ammontano certamente a più di duecento dollari e forse anche trecento, e trecento dollari è più di quanto percepisca all’anno la maggior parte di queste persone presenti nella sala.

Ci sono uomini che lavorano dalla mattina presto fino a tarda notte in cantine gelide, dove ci sono due centimetri di acqua sul pavimento; uomini che per sei o sette mesi all’anno non vedono mai la luce del sole dalla domenica pomeriggio fino al mattino della domenica seguente, e che non arrivano a guadagnare, nonostante questo, trecento dollari in un anno. Ci sono bambini che a malapena arrivano a toccare la parte superiore dei banchi di lavoro, i cui genitori hanno mentito sulla loro età per farli lavorare, e che non fanno nemmeno la metà di trecento dollari l’anno, e forse neanche un terzo, per la verità. Eppure questa gente spende una tale somma, tutta in un solo giorno, per una festa di nozze! (…) È una cosa alquanto imprudente, persino tragica… ma, Dio del cielo, è così bella! A poco a poco questa povera gente ha dovuto rinunciare a tutto il resto, ma a questa faccenda della festa di nozze non rinuncia affatto, ci si è aggrappata con tutta la potenza della propria anima … non si può rinunciare alla vaselija! Farlo significherebbe non solo darsi per vinti, ma riconoscere la sconfitta e la differenza tra queste due cose è ciò che mantiene in vita il mondo.

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Continuando a cercare

In uno dei tanti futuri possibili tratteggiati dalla serie tv Netflix Love, Death & Robots si muove Zima Blue, uno strano e geniale artista disposto a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo. Anche in un mondo fantascientifico in cui è possibile viaggiare tra galassie e modificare a piacimento il proprio corpo aggiungendovi elementi meccanici, l’artista è pur sempre un artista e il suo scopo non può che essere la ricerca del significato dell’esistenza e la costruzione di senso. La voce della narratrice ci informa che:

Si sa molto poco della storia di Zima. Gira voce che abbia iniziato la sua carriera artistica con i ritratti. Ma per Zima la forma umana era un soggetto troppo insignificante. La ricerca di un significato più profondo lo ha spinto a cercare oltre, all’interno del cosmo.

Zima così comincia a dipingere paesaggi, quelli che è possibile vedere in questo futuro in cui l’uomo ha conquistato lo spazio: pianeti, stelle, galassie. Spera che le rappresentazioni dettagliate e naturalistiche gli rivelino i segreti della realtà. Ma si accorge ben presto dei limiti del suo tentativo. [Continua »]


Arte come relazione

A fine settembre, quando gran parte dei vacanzieri era rientrata alla base, siamo riusciti a ritagliarci alcuni giorni in Sicilia. Quando si dice “barocco siciliano” si pensa subito a Modica e alla val di Noto, ma anche nella punta occidentale si incontrano esempi straordinari. Una scoperta inattesa è stata Casa Professa, la chiesa del Gesù di Palermo, anche se la più inaspettata l’abbiamo incontrata a Mazara del Vallo. La chiesa di san Francesco è di dimensioni molto ridotte, e forse proprio per questo l’impatto è maggiore: un solo colpo d’occhio riesce ad abbracciare i turbini di gesso e i vortici di colore che l’ammantano. Ma c’è una seconda sorpresa. Dopo l’ebbrezza frastornante del primo sguardo, se si guarda più da vicino l’angelico labirinto, si scopre un genuino pressapochismo. Stucchi sbozzati, affreschi dirozzati, ampie zone rovinate… come hanno potuto forme tanto fragili farci provare una vertigine di armonia? Certamente «l’insieme è superiore alle parti», come ama dire papa Francesco, perché la complessità non si lascia ridurre alla mera somma delle parti. L’assioma vale per ogni organismo vivente, anche se forse non per i meccanismi che, se perfettamente riassemblati, ripristinano interamente le proprie attività.

Ma dove si colloca l’opera artistica? Organismo o meccanismo? La domanda non è retorica, se per decenni il campo della critica letteraria è stato dominato dagli studi dei formalisti russi e poi dello strutturalismo francese, presentati come metodi par excellence per approcciare il testo romanzesco. Il divorzio tra livello semantico e livello semiologico portò ben presto ad assolutizzare proprio le parti, riducendo i personaggi a funzioni e l’intreccio a schemi narrativi perfettamente catalogabili, fino a ridurre intere tradizioni folkloristiche a semplici equazioni. Solo pochi anni fa, un ex esponente di punta di questa scuola, Tzvetan Todorov, giunse a riconoscere posizioni opposte a quelle professate per un’intera vita accademica:

«Essendo oggetto delle letteratura la stessa condizione umana, chi la legge e la comprende non diventerà un esperto di analisi letteraria, ma un conoscitore dell’essere umano»

(La letteratura in pericolo, 2008).

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BombaMag n. 4: Nel labirinto

È online il numero 4 di BombaMag dal titolo “Nel labirinto”. Dall’uscita nel giugno scorso del numero 3 sono passati diversi mesi: abbiamo attraversato la pausa estiva, il ritorno di settembre, la lenta ripresa di ottobre… il tutto in un continuo fiorire e poi scomporsi di progetti e iniziative, con guizzi e false partenze.

Lo stesso tema della rivista ha subito diversi cambi di rotta, fin quando non ci siamo resi conto che in questo periodo di alti e bassi, di speranze e delusioni, di notizie buone e meno buone, la cosa che potevamo meglio descrivere era proprio la nostra confusione.

Il risultato è una sintesi fra alcuni temi su cui abbiamo lavorato in questi mesi (la complessità, il mistero), uniti dal fil rouge del labirinto.

A differenza dei numeri precedenti, questo numero non è stato realizzato con la collaborazione dei nostri amici e followers sui social. La ragione, molto banalmente, è che fino all’ultimo non sapevamo esattamente dove stavamo andando e quindi non era facile proporre uno stimolo-chiave chiaro ed efficace. Contiamo di riprendere le interazioni a partire dal prossimo numero.

Nelle pagine riservate ai laboratori, si prende una pausa BombaInk, mentre compare un nuovo esperimento generato dalla lettura di un brano dell’OpenLab che ha molto attivato la fantasia dei partecipanti: si tratta di una collana di riflessioni più simile al lavoro che si dipana durante le Officine che a quello che avviene nei laboratori. Lo abbiamo intitolato, in virtù di un ciclo di Officine dallo spirito analogo realizzato nell’anno 2008-09, “A partire da…”. Speriamo (ma, visto il risultato, siamo fiduciosi) che l’esperimento possa intrigare il lettore.

Buona lettura!


Corpo a corpo con Carver

Dopo vent’anni di «corpo a corpo» con uno scrittore è possibile capire se e come la sua opera ci ha lavorato dentro. E io non me ne sono mai liberato. Ti spia, sta in agguato con le sue suggestioni e i suoi suggerimenti. Quella di Raymond Carver è una scrittura che si apposta nel tuo quotidiano e lo spacca a metà. Compie un intimo discernimento tra ciò che è autentico e ciò che non lo è.

E che cosa è autentico? È la vita che merita davvero di essere vissuta. Ci sono esperienze di fronte alle quali non ci si può sottrarre se non negando la vita stessa, che è vita umana, veramente umana: calda, innervata, capace di provare piacere e dolore, angoscia e gioia. L’esperienza può essere semplice – ma mai banale! – o complessa, leggera e pesante, ma se è umana allora è «vera», cioè dice una verità sulla vita, su tutta la vita. Ogni singola esperienza: la gioia di una pesca o quella di un amore corrisposto, o viceversa l’angoscia per la malattia o per una separazione. Queste sono tra le esperienze che Carver fotografa con un understatement of emotion che fa brillare il senso e fa capire. [Continua »]


Lui

Sì è vero! – Sono nervosa, spaventosamente nervosa – lo sono sempre stata – ma perché volete pretendere che io sia pazza? Tutto quello che ho visto, provato, ricordato, è successo veramente, non è che me lo sia inventato di sana pianta. Io non sono neanche una persona violenta, voi non lo potete sapere perché non mi conoscete, ma provate a chiamare – non so – Anna Meis, è una vecchia amica, lei ve lo può dire, che non mi arrabbio mai. Ancora meglio, la mia vicina di casa, la signora Gertrude, sa tutto quello che ho passato, sentite lei. Tutti mi daranno ragione, capiranno. Davvero, so quello che sembra, ma voi non conoscete la storia dall’inizio, per questo gli date ragione, ne fate addirittura la vittima.  Si, perché non è che sia iniziata con mio marito – il mio ex marito, grazie a Dio – e non è che io sia nata nervosa, certo. Però cercate di capire, una ci diventa, quando viene trattata come hanno trattato me, sin da ragazzina.

Non fa piacere sentirsi ridere in faccia ed essere chiamata “cicciona” o “topo” – per i denti – o “secchiona” o “deficiente” – perché a ricreazione stai al banco e leggi, perché sei timida e non sai come parlare con gli altri. Non è carino e non è che sia la sola che vi può raccontare di queste cose, però è per farvi capire. Cominci a pensare che sia vero quello che ti dicono, ti ci senti proprio e lo sai che a tutti fanno schifo i topi – compresa a te – e che a nessuno piacciono le ciccione, che quando sei così non la troverai mai una persona che ti possa amare.  Ci speri ancora, eh, però diciamo che l’asticella si abbassa, ti accontenteresti di qualunque cosa, di chiunque. Non fa piacere essere soli così, ti vengono brutti pensieri in mente perché non hai altro da fare che pensare male. [Continua »]