Passeggiare fra le ricorrenze
È possibile che Raffaello Sanzio, il Titanic, i Beatles, la Venere di Milo e Dante Alighieri abbiano qualcosa in comune?
All’apparenza nulla: nomi noti, celebrità di gran fama che messe in fila così sembrano libri malriposti in uno scaffale disordinato.
In questi tempi il senso di disordine o meglio la sensazione di disorientamento sembra avere la meglio sulle giornate di molti di noi. Rintanati dietro le nostre finestre ci capita di essere sopraffatti da un bisogno di normalità. Che si traduce nell’avere la possibilità di tornare a fare ciò che eravamo abituati a fare.
Forse per questo la rilettura di un editoriale di qualche anno fa ha riequilibrato un po’ lo spaesamento e ha rimesso in circolo l’esigenza “semplice” di passeggiare, camminare.
Anche se non si può. Non con le gambe, non “come prima”, ma con il pensiero sì; con la mente nulla è vietato. [Continua »]
Sono ormai passati quattro anni dalla prima volta in cui ho messo piede in BombaCarta, insieme a uno stuolo di compagni di liceo, tutti approdati a via Panama 13 per uno scopo molto pratico: raggiungere le duecento ore imposte dalla riforma scuola-lavoro, necessarie per sostenere l’esame di maturità. In realtà, c’era tempo e avremmo potuto prendercela con comodo, perché mancavano ancora due anni scolastici, ma l’allora professore di religione Andrea Monda sembrava così entusiasta all’idea di accoglierci che decidemmo di provare; a scuola, tra un Tolkien e un Re Leone, se ne usciva spesso con questo strano nome, un po’ sovversivo, che ci incuriosiva: BombaCarta.
Tutte le domeniche, sotto il portico di Villa Gialla, avevo a disposizione dieci passi per farmi vedere, dieci passi per procurarmi una famiglia, dieci passi per smettere d’essere orfano. La prima parte della camminata non mi costava niente, tanto ero impaziente di fiondarmi sulla pedana, ma a metà percorso ero già molto più moscio, e sull’ultimo metro le gambe arrancavano a fatica. Alla fine, come sull’orlo di un trampolino, c’era il vuoto. […]
Non appena egli cominciò a contare nella mia vita, l’arte ha smesso di essere un lusso, è diventata una risorsa, una forma di soccorso. Ho imposto al mondo questa immagine: oggi, esistono più copie dei ritratti di quel fanciullo che non di qualsiasi uomo illustre, di qualsiasi regina. Sulle prime, mi stava a cuore far registrare dalle statue la bellezza successiva d’una forma nel suo mutare; in seguito, l’arte divenne una specie di magia, capace di evocare un volto perduto. Le immagini colossali mi sembravano un mezzo per esprimere le vere proporzioni che l’amore conferisce agli esseri; queste immagini, le volevo enormi come un volto visto da vicino, alte e solenni come le visioni degli incubi, pesanti come il ricordo che mi perseguita. Esigevo una finitezza perfetta, una perfezione assoluta, quella divinità che rappresenta per coloro che lo hanno amato ogni essere morto a vent’anni; e, oltre la somiglianza esatta, volevo la presenza familiare, tutte le irregolarità di un viso più caro della bellezza stessa. Quante controversie per stabilire l’esatto spessore di un sopracciglio, la curva lievemente tumefatta d’un labbro! Contavo disperatamente sull’eternità della pietra, sulla fedeltà del bronzo, per perpetuare un corpo perituro o già distrutto, ma insistevo anche perché il marmo, a cui facevo dare ogni giorno una politura d’olio e d’acidi, assumesse la lucentezza, quasi la morbidezza delle carni adolescenti. Quel viso unico lo ritrovavo dappertutto: amalgamavo le persone divine, i sessi e gli attributi eterni […] I miei scultori vi si smarrivano; i più mediocri cadevano qua e là nella mollezza o nell’enfasi; tuttavia, tutti, più o meno, hanno partecipato al mio sogno.
Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo i giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni in un ininterrotto flusso di speranza che non conosce pause né introspezione.