2001 – A Space Odissey
Andando diretti al concetto di attesa, si potrebbe in una prima analisi distinguere quattro macrocategorie: un’attesa che qualcuno (o qualcosa) arrivi o l’attesa di arrivare noi stessi; e in secondo luogo, se alla fine dell’attesa c’è il ricevere qualcosa o il dare qualcosa.
C’è l’attesa del bambino per il suo regalo di compleanno, c’è l’attesa dei Magi di consegnare Oro, Incenso e Mirra, c’è l’attesa del nonno che riceve la visita dei nipoti e c’è l’attesa dell’esploratore di arrivare alla sua meta. Ebbene, la mia impressione è che, al di là di questioni contingenti, queste attese abbiano qualcosa di profondissimo ed essenziale in comune.
Un’opera che, a mio avviso (in uno dei suoi molti livelli interpretativi), parla bene di attesa è 2001: A Space Odyssey . Il film di Kubrick gioca molto su questo aspetto, quasi ubiquo nella pellicola. [Continua »]
Il mundus cereris era una fossa scavata nel Santuario di Cerere e consacrata agli dèi Mani, ossia alle anime dei defunti. Tale sito era legato a uno dei riti più caratteristici della religione romana arcaica, ossia alla cosiddetta apertura del mundus (“mundus patet” significa infatti “il mundus è aperto”).
L’
In fin dei conti, se non fossi stato arrestato dalla polizia turca sarei stato arrestato dalla polizia greca. Non avevo scelta: potevo fare solo come mi diceva lui, Harper. È successo tutto per colpa sua.
Che stai aspettando? Cosa ti aspetti dalla vita? Chi aspetti? Sono domande che ci hanno fatto o che ci siamo fatti almeno una volta nella vita. Passiamo moltissimo del nostro tempo ad aspettare qualcosa o qualcuno: l’autobus alla fermata, un amico che è in ritardo, il nostro turno allo sportello postale. Stiamo aspettando anche adesso che siamo relegati nelle nostre case, solo che è cambiato il nostro modo di aspettare.
Chissà quante volte abbiamo sentito ripetere nel corso della nostra vita scolastica questa frase. “Rimandati a settembre”. Il monito che lanciavano all’inizio di ogni anno i professori e che diventava l’incubo da cui fuggire durante i mesi trascorsi tra le mura di quell’edificio amato/odiato da milioni di studenti.
“Tu, cristiano, sei un infedele; tu, bretone, sei senza onore; sono stato affidato alla tua lealtà, e sono stato accolto dal tuo tradimento; tu dai la mia morte a coloro ai quali hai promesso la mia vita. Sai chi è il perdente, qui? Sei tu. Tu sottrai la mia vita al re e consegni la tua eternità al demonio. Su, commetti il tuo delitto, sono pronto. Vendi a basso prezzo la tua parte di paradiso. Grazie a te il diavolo vincerà; grazie a te le chiese cadranno; grazie a te i pagani continueranno a fondere le campane per farne cannoni e mitraglieranno gli uomini con ciò che salvava le anime. Nel momento in cui ti parlo, può darsi che la campana che ha suonato per il tuo battesimo uccida tua madre. Su, aiuta il demonio. Non fermarti. Sì, ho condannato tuo fratello, ma sappi che io sono uno strumento di Dio. Ah, tu giudichi i mezzi di Dio! Oseresti dunque giudicare la folgore che è in cielo? Disgraziato, sarà essa a giudicarti. Attento a quel che stai per fare. Sai almeno se sono in stato di grazia? No. Ma non te ne importa. Fa’ come vuoi. Sei libero di gettarmi all’inferno e di gettartici con me. Le nostre due dannazioni sono nelle tue mani. Davanti a Dio, il responsabile sarai tu. Siamo soli, e uno di fronte all’altro nell’abisso. Continua, termina, concludi. Io sono vecchio e tu sei giovane; io sono privo di armi, e tu armato; uccidimi”.