Le parole accanto
Le parole, che abitano accanto alla nostra anima, non hanno tutte la stessa dimensione. Possono collocarsi su piani diversi. Alcune, quelle di cui ci serviamo più spesso, sono «piatte» come quelle che «si trovano sul vocabolario» e sorreggono la comunicazione spiccia della quotidianità. Altre, quelle che scandiscono le nostre relazioni più intime, riescono a fuoriuscire dalla piattezza dell’informazione neutra e si gonfiano. Sì, si gonfiano, si sgonfiano, si deformano, si allargano seguendo l’irregolarità dei nostri sentimenti.
Ma prima e dopo di loro ci sono il silenzio e la musica; le parole assenti e quelle cantate che hanno il privilegio di vivere dentro l’anima. Le prime sono sommerse da un gorgo emotivo che le fa implodere; le seconde zampillano da un gorgo emotivo da cui traggono fuori l’energia per conquistarsi uno spazio nel mondo.
E le parole assenti, le parole piatte, le parole tumide, le parole cantate sono i punti cardinali che circoscrivono l’universo umano di Rebecca, la protagonista e voce narrante di La vita accanto (Einaudi, 2011), il romanzo della scrittrice esordiente Mariapia Veladiano, vincitore del Premio Calvino e finalista al Premio Strega. [Continua »]
E così l’altro giorno ho preso l’autobus. Era la prima volta che lo facevo, qui a Maratea. Maratea è l’amena località della Basilicata sulla costa tirrenica dove io villeggio dal 1970. In oltre 40 anni non avevo mai preso l’autobus, forse neanche c’erano in quegli anni, comunque non me li ricordo. E invece l’altro giorno, non so nemmeno bene il motivo (lo so in realtà: una sola auto, troppi nipoti), mi sono trovato su un bus che dalla spiaggia mi ha portato a qualche centinaio di metri dalla strada di casa. E’ stata un’esperienza interessante: le stesse strade, gli stessi tornanti, lo stesso paesaggio che da decenni ero abituato a “non vedere più” percorrendolo a bordo di un automobile, ecco che mi appariva in un’altra luce, da un’altra prospettiva. Tutto era visto da una posizione più alta, dal sedile dell’autobus, un veicolo opposto all’auto, proprio per il suo essere un mezzo di trasporto pubblico. Un po’ la stessa differenza tra scuola e casa: a casa sei al sicuro, conosci tutto e tutti e non accade (quasi) nulla di imprevisto mentre a scuola, ti trovi immerso in un ambiente tutto da scoprire, pieno di persone sconosciute come territori immensi tutti da esplorare. E così, su quel bus che pigramente risaliva le curve di Maratea, mi sembrava di vedere un paese che non conoscevo, pur conoscendolo a memoria. Una strana sensazione quella di rivedere luoghi abituali come se fosse la prima volta. Insomma ero proprio spaesato quando mia moglie ad un certo punto mi fa: “non ti senti un po’ turista?”. La frase mi ha colpito per la sua verità; era proprio questo il mio sentimento …e pensare che non ho mai amato il “turismo”, non so nemmeno io perché, forse per il pregiudizio verso questa attività così recente nella storia dell’umanità e (apparentemente) così superficiale. Però forse la frase di mia moglie mi indicava una nuova dimensione del turismo, più profonda: quello del “turista per casa”. Forse, chissà, è il modo migliore per apprezzare la propria casa (coglierne gli infiniti imprevisti che accadono quotidianamente) e gustare il proprio essere turista, cioè l’essere comunque, su questa terra, di passaggio.
Joseph Roth (1894-1939) è un autore sempre più conosciuto e apprezzato nel nostro Paese. Dopo gli studi dedicatigli dal germanista Claudio Magris negli anni Sessanta e la trasposizione cinematografica del suo capolavoro (La leggenda del santo bevitore, regia di Ermanno Olmi – 1988), sarebbe per un volume che ne raccolga le opere principali. Ci penserà probabilmente Newton&Compton, che ne sta meritoriamente riproponendo i titoli in edizione economica con introduzione di Giorgio Manacorda. Originario della regione più settentrionale dell’Impero austro-ungarico – la Galizia, tra Polonia e Ucraina – Joseph Roth fu il testimone della sua dissoluzione e dello spaesamento che comportò, in particolare per la popolazione ebraica. Nei suoi romanzi più noti (Fuga senza fine, La Cripta dei Cappuccini, La marcia di Radetzky) un’opprimente incertezza e un vuoto gravido di minaccia saturano il periodo tra le due guerre. Motivi di speranza percorrono invece il romanzo Giobbe (1930) e il breve racconto La leggenda del santo bevitore (1939, pubblicato postumo). 
Nasceva un secolo fa Czesław Miłosz, poeta, saggista e premio Nobel per la Letteratura nel 1980. Polacco d’origine ma statunitense di adozione, come già Isaac B. Singer, Milosz aveva chiesto asilo politico in seguito alla definitiva rottura con il partito comunista che manovrava con compatta naturalezza l’intera élite intellettuale del Paese. Le sue successive riflessioni sui meccanismi attraverso i quali il totalitarismo sovietico riusciva subdolamente a infiltrarsi nei cervelli falsificandone i concetti, raccolte nel volume