La persistenza del vuoto

Racconta Platone nel Teeteto che «Talete (…) mentre studiava gli astri e guardava in alto, cadde in un pozzo. Una servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo prese in giro dicendogli che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno in cielo, ma non vedeva quelle che gli stavano davanti e tra i piedi».
Dovremmo dire alla servetta trace che, in realtà, non c’è nulla da scherzare, e non solo per simpatia nei confronti del buon vecchio Talete. Forse la distrazione di Talete e il suo cadere nel pozzo lo ha portato ad osservare gli astri da una prospettiva diversa e a scoprire qualcosa di nuovo e di affascinante.
D’altronde i buchi del terreno sono oggetto di studio di una disciplina specifica, la speleologia, che appunto «studia le grotte o caverne naturali, la loro origine ed evoluzione, fenomeni fisici, biologici e antropici che vi sono svolti e che vi si svolgono». E allora il vuoto, qualcosa da evitare (il pozzo di Talete) e a volte da riempire (le buche nelle strade!) diventa qualcosa da sondare, da esplorare, da studiare: un vuoto che ha uno spessore e che può aiutarci a capire molte cose, ad esempio, sulla natura del nostro pianeta.
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Nel 1993 la Stampa Alternativa pubblicò per le mitiche edizioni Millelire un libretto di poesie di Emily Dickinson dal titolo “Dietro la porta”. Il risvolto di copertina recita: “Segregata volontaria, per quasi metà della sua vita, Emily Dickinson, da dietro la porta invia nel mondo le sue lettere e le sue poesie: quasi duemila liriche di cui solo sette pubblicate in vita! L’ossimoro, la metafora, l’enigma sono la cifra della lirica della più alta creatrice di poesia statunitense, che in essi riversava la propria stessa vita, immolata, nella solitudine, alla scrittura. Questa scelta ne traduce l’essenziale.”