SABBIA o la magia di un viaggiatore che racconta storie

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Durante l’officina sull’argilla, in fondo alla sala chiacchieravo con un amico. Parlavamo della scelta dei “materiali” per il tema di quest’anno. Alla domanda: “Quale sarà il tuo materiale?” risposi che la mia prima idea sarebbe stata quella di parlare di sabbia, ma visto che Franco aveva scelto argilla, non mi sembrava interessante insistere: i due materiali erano troppo simili. Anzi, uguali. La reazione del mio interlocutore fu immediata: “Ma scherzi? Non sono affatto uguali. La sabbia ha qualcosa di romantico, fa sognare!”.

Per parlare di sabbia partirò proprio da qui. Dalla magia, dal sogno che la sabbia evoca. Dalla magia e dal sogno in cui la sabbia ci conduce. Pensiamo ad una passeggiata a piedi nudi sulla spiaggia, alla sensazione piacevole dei granelli, dei singoli granelli sotto la pianta dei nostri piedi, al senso di libertà che ne traiamo. A tutte le immagini che ci vengono in mente mentre ci facciamo massaggiare i piedi da questo talco di roccia. Perchè sebbene la sabbia sia il risultato di un’attività di erosione, sfregamento e triturazione ad opera di fenomeni atmosferici e glaciazioni, nessuno di noi la percepisce come un materiale affilato, duro.

Fatta eccezione per la sabbia delle spiagge tropicali (che è biogenica, ossia creatasi dal fenomeno di polverizzazione delle conchiglie e quindi non è silice o quarzo, bensì carbonato di calcio e dunque bianchissima), tutta la sabbia che è presente nel pianeta è inanimata, ma fra un granello e l’altro viene ospitata una vita microscopica incredibile. In un pugno di sabbia vive un vero e proprio zoo, con minuscoli invertebrati (chiamati meiofauna) il cui compito è tenere lontani i batteri nocivi ed eliminare ogni possibile odore. [Continua »]


Morte e risurrezione intrecciate nel video musicale più bello

14 aprile 2006. Sulla terza rete televisiva della BBC andava in onda “Manchester Passion” (la Passione di Cristo a Manchester). Era il Venerdì Santo e la rete di stato britannica realizzò un musical religioso con le canzoni più famose delle rock band di Manchester e non solo.

Tra i protagonisti di “Manchester Passion” (guardalo su YouTube) la talentuosa Denise Johnson nel ruolo della Vergine Maria, già Primal Scream nel celebre album “Screamadelica”; Tim Booth, leader e vocalist degli James, nei panni di Giuda. Fu un colpo di genio degli autori associare “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division alla scena biblica dell’Ultima Cena, “I Am The Resurrection” degli Stone Roses alla Resurrezione di Cristo o “Search For A Hero” dei M People a Maria che meditava su quel Figlio prossimo alla crocifissione. [Continua »]


VETRO – Occhi(ali) per vedere

Tunnel of light window_905È mattina. Accendo la luce, mi stiracchio ancora mezzo annebbiato e inforco gli occhiali. Ed ecco che le linee si fanno precise, i contorni definiti, le forme esatte. Sguscio dalle coperte, alzo la serranda e l’alba concede una replica al ritardatario abbagliandomi dalla finestra. Sciacquo il viso e lo specchio mi restituisce una faccia stropicciata. Mi trascino in cucina, dove la moka borbottando spreme l’agognato caffè. E con questa facciamo quattro. Occhiali, finestra, specchio, bicchiere: mentre il mio cervello sta ancora inserendo il diesel, il vetro ha già fatto quattro comparse nella mia giornata.

Le prime tre sono legate alla visione. Perché è il materiale della luce. Amiamo il vetro per la sua discrezione: inodore, insapore, ma soprattutto trasparente. Utile nella misura in cui non si fa vedere e si lascia trapassare.

Il vedere e il vetro sono così inseparabili che, dovendo dare un nome all’organo interno al bulbo oculare, non si è trovato niente di meglio che “cristallino”. E poi occhiali, certo, ma anche lenti per cannocchiali e binocoli, per microscopi e telescopi, per macchine fotografiche e cineprese. [Continua »]


Arte e politica, novità e tradizione

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Il 26 febbraio 2014 è morta Elena Bono, una grande scrittrice italiana, quasi del tutto ignorata dai riflettori dei mass-media e della critica “ufficiale”. Negli anni ’50 ha scritto il suo capolavoro, Morte di Adamo, che è “nato” in lei così:

“Stavo sentendo musica ungherese alla radio, quando all’improvviso non sento più la musica come se fosse calato un grande silenzio (sempre la poesia viene a me con il silenzio, un silenzio che cambia anche la natura stessa del tempo che non è più quella dell’orologio), e sento, in questo silenzio, le parole: “Quando venne il suo giorno, dopo novecentotrenta anni di vita, Adamo ritornò alla terra”. Io scrivo sempre sotto dettatura. E questo avviene nel silenzio. Così quella volta, la prima volta, mi chiesi: che cos’è questa cosa che mi è accaduta? chi è che parla? Scrissi la frase su un foglio e continuai a scrivere, poi verificai quanto avevo scritto con il testo biblico relativo ai Patriarchi e infine, molto spaventata, mostrai quel foglio a mio padre (che non voleva che io mi dessi alla letteratura) dicendogli: “Papà, guarda cosa mi è successo”.

Elena Bono va a leggere la Bibbia per verificare e il testo di Genesi 5, 3-5 recita così: “Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò Set. Dopo aver generato Set, Adamo visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. L’intera vita di Adamo fu di novecentotrenta anni; poi morì.”

Questo episodio è il racconto di un “dono”, un dono che segna l’unione di Novità e Tradizione. Le due cose infatti non sono in contrapposizione, anche se non è facile tenerle unite, il rischio è di cadere nel “nuovismo” o nel “tradizionalismo”, nella smania di cancellare il passato o nel nostalgico culto delle antiche memorie. [Continua »]


Il giornale incarta la vita

giornale_pacco_regaloQualche giorno fa un tweet: uno dei principali quotidiani italiani usciva in edicola con un restyling di grafica e impaginazione. Giorni di campagna pubblicitaria, su carta e via web. Il direttore cinguetta più volte al riguardo, e celebra il “nuovo” giornale di carta. Molti retweet lo accompagnano, tra questi uno rilancia un’affermazione categorica: “Il giornale incarta la vita”. Ecco – penso mentre leggo – questo è un assunto, giocato probabilmente sull’assonanza con il verbo “incarnare”, (e forse anche “incantare”) che racconta moltissimo del giornalismo italiano; che rende il paradosso di un mestiere di umile vocazione e di pratica superba, nell’accezione più viziosa. Ma – penso, ricordando il tema proposto per l’Officina di aprile, che quella sia una dichiarazione che ci aiuta a riflettere anche sul senso delle parole, sull’uso della carta, e sulla vita che può essere incartata. Il giornale, in questo caso, di carta, può “incarnare” la vita, riuscendo davvero a essere strumento di servizio? La carta è assorbente, si lascia imprimere e segnare. Che sia nero, o che sia colore. Accetta su di sé storie e notizie che altri hanno scelto per lei. Se ne fa carico, in modo definitivo. Perché a differenza di altri strumenti che veicolano informazioni, parole, immagini, su carta non c’è possibilità di aggiornare, modificare, linkare, in tempo reale. Per giornali e libri di carta, una volta stampati, “il segno è tratto”. Hanno una fisicità spazio-temporale che li contraddistingue. Una singolarità, e unicità data appunto dalla materia. In tal senso, forse, possono “incarnare” e “incartare” qualcosa o qualcuno (la vita, la storia di una persona). Certo anche un tablet, un kindle, una pagina web hanno un loro spazio, un proprio peso, ma con caratteristiche molto diverse. [Continua »]


Carta: tutto il mondo, ma piatto

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“…In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava un’intera Città, e la mappa dell’Impero un’intera Provincia. Col tempo, queste Mappe Smisurate non soddisfecero più e i Collegi dei Cartografi crearono una Mappa dell’Impero che aveva la grandezza stessa dell’Impero e con esso coincideva esattamente. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive capirono che quella immensa Mappa era Inutile e non senza Empietà l’abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell’Ovest restano ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti; nell’intero Paese non vi sono altre reliquie delle Discipline Geografiche”.

Così Borges nella sua raccolta di poesie e brevi prose intitolato L’artefice. E Jorge Luis coglie nel segno, poiché è proprio vero che la carta, intesa non solo come “carta geografica”, è una vera duplicazione del mondo. La carta la puoi sovrapporre a tutto il resto, anche a tutto il mondo, e l’effetto funziona. Una volta c’era un matto di cui non ricordo il nome, che girava il mondo incartando tutto, palazzi, isole… Ma poi cos’è un libro, forse il manufatto più geniale e perfetto che si possa fare con la carta, se non una ripetizione, una sovrapposizione, una duplicazione del mondo e delle sue infinite storie? Uno dei primi libri che ho letto da bambino si intitolava Storie della storia del mondo di Laura Orvieto, un’antologia della mitologia greca. Quel libro ora l’ho perso ma è impresso, proprio il libro (non solo il contenuto) nella mia mente in modo indelebile. Ha proprio ragione Romano Guardini quando dice che un libro è “un piccolo oggetto ricco di mondo”. Un atlante, un dizionario, un’enciclopedia... tutti piccoli oggetti di carta che contengono mondi interi: che capacità di compressione, concentrazione, che magia! [Continua »]


La carne, la pelle e la nudità (da indossare)

Michelangelo,_Giudizio_Universale_31Proprio al termine dell’Officina di sabato scorso è arrivato questo testo qui sotto citato, tratto da I 4 amori di C.S.Lewis, che ha fatto quasi esplodere una “bomba” (del resto a cosa servono le Officine di BombaCarta?). Si parlava di carne, pelle e tutto il resto e poi all’ultimo è toccata a me dire qualcosa e mi è venuto in mente che  noi uomini abbiamo tre pelli: la pelle del corpo, i nostri vestiti e la nostra casa. Sono tre pelli che velan, svelano e ri-velano la nostra verità. Che ci separano dagli altri e al tempo stesso ci mettono in contatto con essi, perchè il tatto è un senso riflessivo: nel momento che il mio dito tocca qualcosa, quel qualcosa tocca il mio dito; toccando sono toccato; ogni tatto è un con-tatto. Insomma si parlava di tutto questo ed è arrivato questo testo che, era inevitabile, ha fatto discutere. Subito qualcuno al termine della lettura ha preso posizione contraria a quella di Lewis, sostenendo che quello che Lewis afferma non è un fatto “naturale” ma culturale, frutto di mere convenzioni sociali.   Ai posteri, cioè a voi lettori, l’ardua sentenza…
“Non è forse vero che, quando siamo nudi, riveliamo la parte vera di noi stessi? In un certo senso, no. La parola naked (“nudo”) era in origine un participio passato; l’uomo nudo era l’uomo che aveva subito il processo di denudazione, vale a dire di sbucciamento, o di pelatura (il verbo era usato in riferimento a noci e frutta). Fin dai tempi più remoti, l’uomo nudo è apparso ai nostri progenitori non come l’uomo naturale, ma come l’uomo innaturale; non come l’uomo che non si è vestito, ma come l’uomo che, per qualche ragione, è stato spogliato. Ed è un dato di fatto – chiunque potrà rendersene conto in un bagno pubblico maschile – che la nudità mette in risalto la comune umanità, e smorza i fattori di individualità. In questo modo noi siamo “più noi stessi” quando siamo vestiti. Nel momento della nudità gli innamorati cessano di essere semplicemente John e Mary, per lasciare il posto all’uomo e alla donna universali. Si potrebbe dire che essi hanno indossato la nudità, come un manto cerimoniale o come un costume per una sciarada”. (da I 4 amori, di C.S.Lewis, p.97)


La pelle della carta

“Tre cose ci mancano. Numero uno: sapete perché i libri come questi siano tanto importanti ? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo senso “sostanza” ?Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Troverete che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su un foglio di carta, e più sarete “letterario”. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove! I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano sfuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti ? Perché rivelano i pori della faccia della vita.”[1]

cartaQuando Montag, protagonista del romanzo distopico[2] di Ray Bradbury “Fahrenheit 451“, chiede all’anzianoFaber quali siano gli ingredienti che mancano alla società anestetizzata in cui vive, la risposta è che il primoelemento è rappresentato dal tessuto connettivo che è la sostanza propria dei libri, messi all’indice perché eco di un senso più profondo della vita che va oltre la mercificazione dell’esistenza.

Libri di carta (ed ecco spuntare il materiale qui trattato), che a dire dell’anziano Faber, figura di maestro-guida per il cammino di liberazione interiore di Montag, viene percepita come un essere vivo, pulsante, che profuma a tratti di “noce moscata e di certe spezie di origine esotica“, con pori che dilatano la materia fino a renderla trasparenza della poesia della vita, nel bene come nelle prove attraversate dal genere umano. È come se la carta con i suoi caratteri scuri che emergono dal colore niveo del testo respirasse del pensiero di chi ne ha partorito i contenuti, facendo a sua volta respirare di una boccata di speranza chi ne viene a contatto. Non a caso poi la parola latina “faber” nasconde molteplici significati, tra cui spiccano quello di “artigiano”, “fabbro”, “artefice”, e parlando di carta e mestieri, quello del tipografo può essere considerato una forma di artigianato moderno, da recuperare nel rapporto con la materia perduta. Il termine “tipografo” mi evoca anche le immagini simboliche della “Galassia Gutenberg” usate dal sociologo Marshall McLuhan per spiegare i cambiamenti portati dall’avvento dei caratteri mobili della stampa per arrivare fino al villaggio globale dei nostri giorni, dominato dai media elettronici, che nel linguaggio utilizzato – penso ad esempio al concetto di “E-book” e “libro elettronico” – portano in sé a mio avviso una nostalgia per la materia traspirante e viva del materiale cartaceo. Nel racconto di Bradbury è proprio la carta stampata ad essere temuta e divenire oggetto degli incendi appiccati dal corpo dei militi del fuoco che adottano il simbolo della salamandra come sorta di totem ispiratore. Come ci spiega l’autore, nell’epoca immaginaria in cui sono immersi Montag e Faber, il rischio corso dall’umanità è quello di sostituire al fluire di vita dei libri quello dell’occhio inquisitore del Segugio meccanico <strana combinazione rauca di uno sfrigolio elettrico, di un crepitio, un grattamento metallico, un girar di ruote dentate che si sarebbero presto dette arrugginite e invecchiate dalla diffidenza>.

Recuperare un sano rapporto con il messaggio veicolato dalla carta stampata e viva dei libri diventa per l’autore del racconto – maggiormente conosciuto per il suo capolavoro “Le cronache marziane” – l’antidoto per vincere la distopia di una vita artificiale disumanizzante e disincarnata di chi rischia di dimenticare che la forza dell’uomo è il tessuto connettivo di sapere e relazioni che riesce a creare.


[1] Brano estratto dal “Fahrenheit 451″ di Ray Bradbury, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da François Truffaut nel 1996
[2] Distopico: dal sostantivo “distopia”, ovvero anti-utopia. La storia narratanei romanzi distopici riguarda le tematiche della società attuale, spostando però l’interesse su un’epoca e un luogo distanti o successivi a una discontinuità storica. Termine usato nella letteratura – la fantascienza in primis -per rappresentare società fittizie, con un intento di denuncia sociale.