L’ambiguità della traduzione, impresa necessaria e impossibile (il caso de L’uomo che fu Giovedì, intervista ad Annalisa Teggi)

Annalisa Teggi ha appena pubblicato Capriole cosmiche (Lindau) un saggio sui due suoi grandi amiro, Dante e Chesterton. Dello scrittore inglese è anche profonda studiosa e traduttrice, e volentieri racconta qualcosa del suo ultimo faticoso lavoro di traduzione, sempre per Lindau, dedicato ad uno dei romanzi più famosi di Chesterton, L’uomo che fu giovedì.

997001_10202611301312587_2011099629_nTradurre Chesterton richiede sempre uno “strabismo”: da una parte occorre un’attenzione certosina al significato letterale e una premura rigorosa a rispettarlo, dall’altra occorre avere anche una grande premura al significato che c’è dietro la lettera e, perciò, è necessario talvolta essere audaci al punto di allontanarsi dal significato letterale per restare vicini al senso. So che suona come un controsenso, di fatto il mestiere di tradurre è un non-senso, ma è un non-senso proficuo; è una lotta per cercare un equilibrio. Ci si chiede costantemente: “a cosa è più necessario che io sia più fedele”? Ogni scelta è un rischio. In quest’opera, però, mi azzardo a dire che Chesterton è più semplice del solito, cioè il linguaggio è più diretto e asciutto (rispetto ad altri suoi testi), perché ne L’uomo che fu Giovedì è la trama a farla da padrone, la battaglia è nel senso delle vicende narrate e le parole devono catapultare il lettore nel mistero delle cose e delle persone che entrano in scena.

A mo’ di esempio, Annalisa cita un piccolissimo brano al quale ha inteso dare una particolare sfumatura ad alcuni vocaboli per rendere bene in italiano il modo di sentire dell’autore ? [Continua »]


Luglio: bagliori, non abbagli

luglioLuglio col bene che ti voglio/ vedrai non finira’ ia ia ia ia/ luglio m’ha fatto una promessa/l’amore portera’ ia ia ia ia[…] é luglio da tre giorni e ancora non sei qui/ vieni da me c’e’ tanto sole, ma ho tanto freddo al cuore/ se tu non sei con me/ luglio stamane al mio risveglio non ci speravo più ia ia ia ia/ luglio credevo in un abbaglio e invece ci sei tu ia ia ia ia”.
Così cantava nel mitico ’68 il misterioso Riccardo Del Turco e quella dolce melodia mi ritorna in mente con il caldo estivo, finalmente arrivato. In particolare mi colpisce l’ultimo verso: nel momento in cui la speranza sembra svanire ed emerge inquietante il sospetto dell’abbaglio ecco che la presenza della donna amata (e invece ci sei tu) scaccia via tutte le ombre in nome della concretezza.
Due parole a questo punto: la prima è l’affermazione di Kafka: “La vita non cessa d’insegnare, suo malgrado, che non si può mai salvare qualcuno se non con una presenza, e con nient’altro”; la seconda è la poesia “Speranza” di C.Milosz:

La speranza c’è, quando uno crede
Che non un sogno, ma corpo vivo è la terra,
E che vista, tatto e udito non mentono.
E tutte le cose che qui ho conosciuto
Son come un giardino, quando stai sulla soglia.
Entrarvi non si può. Ma c’è di sicuro. [Continua »]


Napoli, eterna ribelle

Fatta di schiaffi, di parole mal comprese, di occhi che guardano e di piedi che provano a orientarsi tra le strade della città”, così il protagonista senza nome del romanzo “Giùnapoli” racconta la sua iniziazione alla vita partenopea.

giunapoliUn percorso iniziato nel 1973, scandito da partenze e ritorni, da instancabili passeggiate con gli occhi tra le stratificazioni urbanistiche, sociali e letterarie della città.

La Napoli di Perrella è una seduttrice schizofrenica, dove si intrecciano “più città, spesso sconosciute le une alle altre” (Camaldoli, i Colli Aminei, il bosco di Capodimonte, il Vomero, la Ferrovia, Fuorigrotta, Montesanto, i Quartieri Spagnoli); è una creatura che non è donna nè uomo, “ non è solo storia e non è solo natura”. “È la città delle possibilità segrete, dove bisogna trasformarsi in archeologi della bellezza”; è un’Arpia che artiglia le orecchie degli stranieri con la “forza tellurica” della sua lingua ed è capace di far sentire sempre straniero anche chi la abita da anni. Il personaggio di Perrella se ne accorge, vano è ogni tentativo di anatomizzarla e governarla: la Napoli sventrata dalla speculazione edilizia che vomita nel mare la sua rabbia di vittima di un oscuro fato, sottrae ribelle il suo corpo ad ogni lettino clinico, ad ogni classificazione urbanistica e letteraria, “ sfugge, sfugge, e quando pensi di possederne un tratto (…) ecco che arriva la confusione, non sai più come orientarti, tutto scoppia (…) e non rimane che cenere immaginativa”, e io continuo a perdermi, anche nei luoghi che conosco benissimo”. È questa, come ricorda Perrella, la Napoli inafferrabile delle pagine di Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria, Ermanno Rea, Domenico Rea, Sergio De Santis, Mario Pomilio e della generosità di Tullio Pironti. [Continua »]


UNA LETTURA EMOZIONANTE: Tardi ti ho amato di Ethel Mannin

L’occasione che ci offre Antonio Spadaro con la collana di libri “La biblioteca di Papa Francesco” è davvero eccezionale! Pensare di inoltrarsi nella biblioteca personale del Santo Padre, particolarmente in quello scaffale in cui sono raccolti i libri che gli sono più cari, quelli sui quali, come facciamo anche noi, magari ritorna ogni tanto per ritrovare una frase o per rileggere un episodio, è davvero un’emozione grande, venata certo di curiosità. Ma la curiosità la proviamo di più per i grandi scrittori, nei cui confronti andiamo piuttosto alla ricerca delle fonti, delle suggestioni letterarie, mentre nei confronti del Papa l’interesse è più rivolto alla Sua persona, alle Sue idee, al Suo sentire ed esprimersi, a qualche cosa che ci può, in qualche modo, coinvolgere.

La biblioteca di Papa FrancescoI libri che nei prossimi mesi potremo leggere in quest’ottica di condivisione letteraria ed emotiva con il Santo Padre sono 20, alcuni per noi notissimi e molto letti, anche se sovente purtroppo incrostati da sovrapposizioni scolastiche (Eneide, I promessi sposi), alcuni noti più di nome che per lettura diretta (Memorie dal sottosuolo di Dostoevskj, Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, Odi di Hölderlin), altri di frequentazione più popolare e locale (Cento poesie di Nino Costa, in piemontese), altri ancora legati ad interessi teologici e religiosi (Meditazioni sulla Chiesa di De Lubac, Sul sacerdozio di Agostino d’Ippona, Memoriale di Pierre Favre, L’opposizione polare di Romano Guardini, Il divino impaziente di José Maria Pamán, Il racconto del pellegrino. Autobiografia di Ignazio di Loyola), ma tutti gli altri sono testi sconosciuti ed introvabili in Italia, quasi tutti specificamente letterari, che dovrebbero quindi aprire prospettive inedite dal nostro punto di vista critico. Quest’ipotesi è pienamente confermata dal primo romanzo pubblicato, Tardi ti ho amato (1948) della scrittrice inglese Ethel Mannin (1900 – 1984), del tutto sconosciuta in Italia, in quanto nessuno dei suoi numerosissimi romanzi è stato tradotto, come neppure è in italiano la voce che la riguarda in wikipedia, in parte ripresa da anarcopedia, ma per dare rilievo più alle sue vicende personali e politiche che per presentare la sua vasta produzione letteraria. [Continua »]


BC vs. Berlicche

Kid_2Berlicche è un nome “scherzoso” per indicare il diavolo. Un nome che è diventato famoso soprattutto grazie all’edizione italiana del long-seller di C.S.Lewis, The Screwtape Letters intitolato appunto Le lettere di Berlicche. Un libro geniale che dal  1942 ha conosciuto un successo mondiale ininterrotto, basato sull’idea semplice di presentare l’epistolario tra un vecchio e potente diavolo, Berlicche appunto, che dà consiglio al suo giovane nipote, Malacoda, alle prese con il suo primo “incarico” (cioè dannare l’anima di un giovane inglese, alquanto restio a lasciarsi condurre all’Inferno). In una di queste sulfuree 33 lettere ad un certo punto leggiamo che Berlicche suggerisce a  quel povero diavolo del nipote questo consiglio: “Aggrava quella caratteristica umana che ci è utilissima: l’orrore e la negligenza delle cose ovvie“. Davvero geniale il buon (si fa per dire) Berlicche, e anche preciso con l’uso delle parole, infatti dice “aggrava” come a dire che la tendenza di fuggire e disprezzare le cose ovvie è già nella natura degli uomini, si tratta solo di assecondarla dunque.
Per fortuna per gli uomini c’è sempre qualcuno, sparso per il mondo, pronto a remare contro, ad andare un po’ contro natura, meglio, oltre la natura. Forse anche BombaCarta può essere iscritta in questo club di chi non si arrende alla natura e cerca di superarla invitando tutte le persone che finisce per incontrare a riscoprire il gusto per la bellezza nascosta nelle cose ovvie. [Continua »]


SABBIA o la magia di un viaggiatore che racconta storie

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Durante l’officina sull’argilla, in fondo alla sala chiacchieravo con un amico. Parlavamo della scelta dei “materiali” per il tema di quest’anno. Alla domanda: “Quale sarà il tuo materiale?” risposi che la mia prima idea sarebbe stata quella di parlare di sabbia, ma visto che Franco aveva scelto argilla, non mi sembrava interessante insistere: i due materiali erano troppo simili. Anzi, uguali. La reazione del mio interlocutore fu immediata: “Ma scherzi? Non sono affatto uguali. La sabbia ha qualcosa di romantico, fa sognare!”.

Per parlare di sabbia partirò proprio da qui. Dalla magia, dal sogno che la sabbia evoca. Dalla magia e dal sogno in cui la sabbia ci conduce. Pensiamo ad una passeggiata a piedi nudi sulla spiaggia, alla sensazione piacevole dei granelli, dei singoli granelli sotto la pianta dei nostri piedi, al senso di libertà che ne traiamo. A tutte le immagini che ci vengono in mente mentre ci facciamo massaggiare i piedi da questo talco di roccia. Perchè sebbene la sabbia sia il risultato di un’attività di erosione, sfregamento e triturazione ad opera di fenomeni atmosferici e glaciazioni, nessuno di noi la percepisce come un materiale affilato, duro.

Fatta eccezione per la sabbia delle spiagge tropicali (che è biogenica, ossia creatasi dal fenomeno di polverizzazione delle conchiglie e quindi non è silice o quarzo, bensì carbonato di calcio e dunque bianchissima), tutta la sabbia che è presente nel pianeta è inanimata, ma fra un granello e l’altro viene ospitata una vita microscopica incredibile. In un pugno di sabbia vive un vero e proprio zoo, con minuscoli invertebrati (chiamati meiofauna) il cui compito è tenere lontani i batteri nocivi ed eliminare ogni possibile odore. [Continua »]


Morte e risurrezione intrecciate nel video musicale più bello

14 aprile 2006. Sulla terza rete televisiva della BBC andava in onda “Manchester Passion” (la Passione di Cristo a Manchester). Era il Venerdì Santo e la rete di stato britannica realizzò un musical religioso con le canzoni più famose delle rock band di Manchester e non solo.

Tra i protagonisti di “Manchester Passion” (guardalo su YouTube) la talentuosa Denise Johnson nel ruolo della Vergine Maria, già Primal Scream nel celebre album “Screamadelica”; Tim Booth, leader e vocalist degli James, nei panni di Giuda. Fu un colpo di genio degli autori associare “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division alla scena biblica dell’Ultima Cena, “I Am The Resurrection” degli Stone Roses alla Resurrezione di Cristo o “Search For A Hero” dei M People a Maria che meditava su quel Figlio prossimo alla crocifissione. [Continua »]


VETRO – Occhi(ali) per vedere

Tunnel of light window_905È mattina. Accendo la luce, mi stiracchio ancora mezzo annebbiato e inforco gli occhiali. Ed ecco che le linee si fanno precise, i contorni definiti, le forme esatte. Sguscio dalle coperte, alzo la serranda e l’alba concede una replica al ritardatario abbagliandomi dalla finestra. Sciacquo il viso e lo specchio mi restituisce una faccia stropicciata. Mi trascino in cucina, dove la moka borbottando spreme l’agognato caffè. E con questa facciamo quattro. Occhiali, finestra, specchio, bicchiere: mentre il mio cervello sta ancora inserendo il diesel, il vetro ha già fatto quattro comparse nella mia giornata.

Le prime tre sono legate alla visione. Perché è il materiale della luce. Amiamo il vetro per la sua discrezione: inodore, insapore, ma soprattutto trasparente. Utile nella misura in cui non si fa vedere e si lascia trapassare.

Il vedere e il vetro sono così inseparabili che, dovendo dare un nome all’organo interno al bulbo oculare, non si è trovato niente di meglio che “cristallino”. E poi occhiali, certo, ma anche lenti per cannocchiali e binocoli, per microscopi e telescopi, per macchine fotografiche e cineprese. [Continua »]