Inherent Vice: una semplice storia d’amore

INHERENT VICE

L’azione si svolge nel 1970, la stagione delle grandi rivoluzioni si è appena conclusa con il tramonto degli ideali hippie e gli inquietanti eventi di Bel Air (le stragi della banda di Charlie Satana Manson). La guerra in Vietnam non trova tregua e l’America vive una situazione di caos e smarrimento senza precedenti (nel film vediamo magnati dell’edilizia ebrei che stringono accordi con bande di motociclisti nazisti), la droga affligge come una piaga l’intero paese e c’è gente potente e corrotta che non ha scrupoli ad approfittare della situazione, investendo denaro sporco nel traffico di droga e magari, come è raccontato nel film, nella costruzione di strutture addette al recupero degli stessi malati affetti da dipendenza dall’eroina. L’America del 1970, la più grande potenza economica e militare al mondo, il paese che ha condotto l’Europa fuori dalla Seconda Guerra Mondiale e si è imposto come faro della libertà e della democrazia, appare ora più barcollante, come un pugile imbattibile messo per la prima volta al tappeto sul punto di collassare, ansimante, sperduto e incredulo. [Continua »]


Mettere in connessione

11010963_10153623982502977_6405256732191604386_nIl prossimo venerdi, 6 marzo, alle ore 21.00 presso la parrocchia di Sant’Anna in via di Torre Morena 61, si svolgerà la presentazione del romanzo autobiografico “Storia di un ragazzo“, di Alberto Chiavoni. Qui di seguito uno stralcio in cui Alberto racconta della sua esperienza in BombaCarta:

“Poi tra me e il prof Monda è nato uno splendido rapporto di amicizia, perché una volta, al termine di una delle sue lezioni, invitò me e tutti i miei compagni di classe agli incontri da lui organizzati nella parrocchia di San Bellarmino, vicino a Piazza Buenos Aires, ai Parioli. Io, per curiosità, ci andai. Fu un incontro stupendo, perché vidi come riusciva, con l’aiuto di altre persone, a mettere in connessione tra loro vari temi come la fede, il cinema, la cultura. Parlò in quell’incontro di semplici proposizioni, mostrando che ad esempio in una semplice proposizione si può parlare di tantissime cose. Questa tipologia d’incontri mi piacque molto, tanto che molte volte, quando sono libero, vi continuo a partecipare molto volentieri. E dopo quell’incontro il prof m’invitò a partecipare a tante iniziative che lui organizzava, come ad esempio delle partite di calcio a otto in cui oltre a lui partecipavano anche i suoi alunni, sia universitari come me sia delle scuole superiori…”.


Parresìa, una virtù scomparsa

Papa Francesco, nel saluto che il 12 febbraio scorso ha rivolto ai Cardinali riuniti per il Concistoro del Collegio Cardinalizio, ha chiuso il suo discorso invitando tutti i presenti ad esprimersi con parresίa nel corso dei lavori assembleari.

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Forse molti, leggendo questa parola sui quotidiani, se ne saranno chiesti il significato e magari, avendola cercata sui vocabolari, non l’avranno trovata. Infatti di questo vocabolo del greco antico in italiano non è entrato neppure il calco tramite la traslitterazione, per una questione di traduzione dal greco al latino, ma anche per il fatto che nel corso dei secoli si è perso il valore della virtù che essa indica, per cui è davvero importante che oggi dal Papa venga un invito al recupero, non tanto della parola, ma soprattutto del valore di questa virtù, difficile da praticare, come si può vedere approfondendo il significato del vocabolo.

Parresίa è una parola composta dalla radice pan- nel significato di “tutto” e dalla radice rhe- col significato di “dire”, per cui, in senso etimologico, significa “dire tutto” o meglio “avere la libertà, la possibilità di dire tutto”, per cui in italiano si potrebbe rendere con “franchezza”.

È una virtù che ha fatto la sua comparsa nel V secolo a.C. e di cui si sono perse le tracce nel V sec. d.C., una virtù, quindi, in auge per dieci secoli, poi sparita. A riportare l’attenzione su di essa, nella contemporaneità, è stato Michel Foucault in una serie di conferenze tenute all’Università californiana di Berkeley nel 1938, oggi disponibili nel volume Discorso e verità nella Grecia antica (Donzelli 2005).

L’origine del concetto e della pratica della libertà di parola risale all’antica Grecia, in particolare alle pólis con regime democratico, dove la parresía, cioè il dovere morale di dire la verità, rappresentava la facoltà per i cittadini di condizione libera di esprimere liberamente la propria opinione durante le assemblee pubbliche che si svolgevano nell’agorá.

Il termine compare per la prima volta nella tragedia Φοίνισσαι (Fenicie v. 391) di Euripide, databile tra il 411 e il 408 a.C. [Continua »]



Il Bar, un mondo pieno di mondi

Durante l’Officina di sabato scorso abbiamo mostrato la mitica scena del bar stellare di “Guerre Stellari” (purtroppo non riesco a trovare la clip su youtube), invece questa qui che trovate qui sotto e che abbiamo ascoltato (un doppio Gaber, wow!) va benissimo, anche se si tratta della più piccola galassia milanese..


Il Bar, che noia?

Uh che noia, che noia qui al Bar, cantava Gaber nel 1969.. però sabato all’Officina (sul Bar) ci siamo proprio divertiti..ecco qua un po’ di materiali, a partire proprio dalla canzone di Gaber:


Il BAR

C’è un quadro di Edward Hopper, Nighthawks (1942, «I nottambuli»), che mostra le vetrine di un tipico diner americano affacciate su un angolo di Greenwich Village, a Manhattan. È probabilmente l’opera più famosa del pittore americano, per una serie di ragioni legate alla luce, ai colori, alle prospettive. Ciò che colpisce, a una prima occhiata, sono però soprattutto i tre frequentatori del locale: un uomo di spalle e una coppia rivolta verso il barista, piegato in avanti. Tutti e tre si appoggiano su un bancone, sopra il quale hanno posato i loro bicchieri con delle bevande da consumare. Nonostante ciò, sembrano non comunicare in alcun modo tra loro, quasi ignorandosi.
​Anche se ogni paese ha delle precise caratteristiche legate agli usi e alle tradizioni culturali del contesto, il bar è concepito generalmente come il locale pubblico per eccellenza, luogo d’incontro, di chiacchiere ma anche e soprattutto di passaggio, dove si consumano velocemente bevande o cibi, molto spesso al bancone. Il termine bar deriva proprio da una contrazione del termine inglese barrier, sbarra, oppure barred, sbarrato: nel primo caso si fa riferimento ai primi esercizi pubblici dove era permessa la vendita di alcolici in una zona separata dal resto del locale, appunto, da una sbarra; nel secondo caso, invece, sembra che ai tempi del proibizionismo inglese, durante il XIX secolo, sulle porte degli spacci di alcolici fosse fissata un’asse con la parola barred. Oggi, piuttosto, la sbarra fa venire subito in mente il bancone dove si consumano le bevande, dove cioè l’avventore di turno è separato da colui che lo serve, il barista, delimitando così una zona a cui il primo non può accedere.

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