La memoria e i suoi luoghi. Ai tempi di Plauto, di Cicerone.

damn_memoA distanza di un po’ di tempo dall’officina di gennaio sui luoghi della memoria, pubblichiamo il testo dell’intervento di Laura Tanchis, ringraziandola per la condivisione.

La memoria è uno strumento a nostra disposizione, fonte di gioia per i ricordi belli, ma anche di frustrazione quando dimentichiamo ciò che vorremmo ricordare. È una delle cose che più contribuiscono alla nostra identità e la nostra persona, attraverso di essa, assume un aspetto unico e irripetibile: si potrebbe dire che la memoria dia forma alla nostra stessa vita. A proposito della frustrazione di non ricordare ciò che si vorrebbe, c’è un metodo semplice ma efficace per tenere a mente le cose, quello dei loci di Cicerone. Questa tecnica, tuttora utilizzata da politici e uomini pubblici, ha alla base l’associazione di argomenti da ricordare con luoghi ben noti, per esempio la strada per raggiungere il lavoro o la casa di un amico. Sappiamo del resto, anche dalle più recenti acquisizioni della psicologia, che il ricordo è legato all’emozione. A un metodo per ricordare qualcosa se ne contrappone un altro per far dimenticare ogni cosa, la damnatio memoriae. Questo istituto del diritto romano consisteva nella cancellazione della memoria di una persona attraverso la distruzione di tutto quanto potesse tramandare il suo ricordo ai posteri (opere scritte, dipinti, sculture ecc.). L’imperatore Caracalla, ad esempio, dopo aver fatto assassinare il fratello Geta, lo fece eliminare da tutti i luoghi in cui era rappresentato o nominato, come per esempio sull’attico dell’arco di Settimio Severo nel foro romano o sull’arco degli argentarii, vicino alla chiesa di San Giorgio al Velabro. [Continua »]


Vuoto

klein-vide

Yves Klein, “Saut dans le vide” (“Salto nel vuoto”)

C’è un’immagine che la mia mente ha recuperato mentre cercavo di visualizzare l’idea – meglio: la sensazione – di spazio vuoto. È una fotografia in bianco e nero, scattata nel 1960, che fissa il “Saut dans le vide” (Salto nel vuoto) di Yves Klein dal secondo piano di una casa a Parigi. Dalla foto è stata rimossa la parte inferiore: un telone tenuto fermo dagli amici dell’artista, pronti a raccoglierlo. Sono andata a rivedere entrambe le fotografie e il confronto mi è sembrato curioso, perché in una sembra esserci il vuoto, mentre nell’altra no. Che sia unicamente l’assenza di protezioni, il senso di vertigine, lo spazio privato di corpi (e in realtà un corpo c’è, seduto su una bicicletta nella parte destra dell’immagine, e non rende il vuoto meno vuoto), a creare il (la sensazione di) vuoto?

Che cosa rende tale, dunque, uno spazio vuoto? E, prima ancora: esiste il vuoto assoluto? È possibile pensarlo, rappresentarlo, trovarlo in natura? Si tratta di un luogo, di uno spazio vero e proprio? E ammettendo che il vuoto esista – sia come realtà fisica che come spazio personale – è possibile darne una definizione univoca? [Continua »]


Volevo attraversare un piccolo lago

inaltrewordsVolevo attraversare un piccolo lago. È veramente piccolo eppure l’altra sponda mi sembra troppo distante, oltre le mie capacità. Ho incontrato Jhumpa Lahiri in occasione di uno degli appuntamenti pomeridiani del Festival delle Letterature (non me la sento di dire “conosciuto”; le ho chiesto a malapena un autografo, dopo aver scattato una foto per il profilo twitter della manifestazione, quasi certo di violare uno spazio che non mi era concesso). Confesso di essere rimasto colpito dal suo fascino oltre che dagli argomenti della sua relazione. Di mattina osservo quelli che vengono al lago come me. Vedo come lo attraversano in maniera disinvolta e rilassata, come si fermano qualche minuto davanti alla casetta, poi tornano indietro. Conto le loro bracciate. Li invidio. Nei giorni successivi, ho divorato in fretta In altre parole (Guanda, 148 pagine, 14 euro), il libro in cui Jhumpa Lahiri racconta l’amore per la lingua di Petrarca e Boccaccio, che ha studiato a lungo prima di decidere di trasferirsi a Roma con la famiglia. Un corteggiamento durato oltre vent’anni che ha preso forma in una collezione di immagini e metafore con cui la scrittrice di origini bengalesi prova a raffigurare il sentimento, il desiderio da cui è stata travolta. E così anche il timore, la paura di non essere all’altezza della sfida che ha dinanzi, la fragilità degli strumenti in suo possesso. Il mio è un innamoramento un po’ particolare. Resta un amore non corrisposto. Io amo la lingua, ma la lingua rimane così. Senza alcun bisogno di me. Ne ho parlato molto ai miei amici, ho provato a scriverne, ma sempre con l’impressione di non riuscire a centrare il nocciolo della questione. Fino quasi a rinunciare. [Continua »]


BombaCarta, 18 anni di sorpresa

BC invitoOggi BombaCarta compie 18 anni, auguri a questa splendida maggiorenne, ora potrà guidare la macchina, votare alle elezioni, non si scherza più insomma! E per affrontare queste nuove sfide niente di meglio che ripercorrere un po’ questa storia: ali e radici sono sempre strettamente unite. E allora abbiamo fatto qualche domanda a chi BC la conosce bene, l’ha vista nascere.

INTERVISTA AD ANTONIO SPADARO

BombaCarta compie 18 anni, dove ti trovavi il 12 gennaio 1998?
Vivevo al liceo Massimo, dove insegnavo religione, negli anni precedenti avevo insegnato anche lettere. E in quel liceo dormivo anche, mentre continuavo gli studi di teologia in Gregoriana. In quel periodo mi stavo occupando di letteratura giovanile, già scrivevo, dal 1994, su Civiltà Cattolica, e stavo indagando su quella letteratura che si era sviluppata negli anni ’90. Avevo scritto su questo argomento qualche articolo quando mi sono ritrovato ad aprire quel cassetto di un banco sotto il quale trovai incisa una poesia; come è noto quella fu la scintilla da cui tutto ebbe inizio. [Continua »]


La Memoria e i suoi luoghi

Moneta_memoria_IMGpresGli antichi la innalzarono a divinità: per i Greci era la dea Mnemosine dalla bella chioma, sorella dei Titani, figlia del Cielo (Urano) e della Terra (Gea), la madre delle Muse di cui si invaghì perdutamente Zeus: «Poscia s’innamorò di Mnemòsine bellacesarie, e nacquero da lei le Muse dagli aurei serti, nove, a cui grate sono le feste e le gioie del canto» (Esiodo, Teogonia, vv. 916-917).
Per i Romani era la dea Moneta, dal verbo moneo, “ammonire”, derivato dalla radice indoeuropea man che aveva il duplice significato di “pensare” e “ricordare”: una divinità cruciale per la conservazione e la crescita di un Impero, giacché il ricordo del passato funge da monito a non ripetere i precedenti errori e orienta per le azioni future.
In principio, la memoria viveva e si tramandava nell’oralità, attraverso la danza, la poesia, il canto e le arti figurative (che sembra che siano nate proprio dal bisogno di ricordare il passato e le persone più care). Pensiamo alla millenaria arte funeraria in cui il sepolcro costituiva il luogo di trasformazione unificatrice, dove la morte si unisce alla vita, rappresentandola nel ricordo, e la vita eterna attraversa la morte promettendo il suo ritorno. [Continua »]


Ikea. Preludio.

ikea_waterGiorni fa ho messo piede qualche ora all’Ikea, ai miei occhi minuscola oasi di genio e follia nel cuore del complesso commerciale Porta di Roma. C’ero stato solo un’altra volta, un anno fa, ed ero rimasto incantato dalla cura di certi dettagli, dal bigliettino attaccato alla scatola dentro l’armadio (Calze di lana Marta), alla lavagnetta vicino al frigo con scritta la lista della spesa; trovo degno di menzione che ci fosse addirittura un giubbotto a corredo dell’appendiabiti nella stanza dei bambini. Rosicavo, abbastanza, per non essermi portato dietro un’agendina, un foglio di carta, un fazzolettino per il naso su cui appuntare dei pensieri, una descrizione seppure breve, sommaria, della consistenza truciolosa delle polpettine svedesi. Nel timore di smarrire tanta bellezza, avevo raccontato ai colleghi in ufficio ogni particolare, ogni dettaglio da cui ero rimasto colpito, affinché al ricordo degli arredi si unisse, rafforzandolo, il ricordo di averne parlato. Mese per mese mi sono innamorato delle minuzie con cui ornavo, descrivendole, cataste enormi di portaposate cilindrici, ammucchiati uno sull’altro, ornati da fori circolari. Sbiadiva al contrario, giorno per giorno l’euforia con cui avevo approcciato un universo a me quasi del tutto sconosciuto e con quel velo di incanto se ne andavano anche le parole adatte a metterlo in scena.

Sapevo che tornare sarebbe stato diverso, che forse non sarei riuscito a risvegliare quelle stesse emozioni che desideravo mettere a fuoco. [Continua »]


La scuola: giungla, convento o carcere?

scuola bn

Sono stato all’asilo, o, come si dice, scuola “materna”, dalle suore, per due anni; poi mi sono fatto i miei tredici anni di scuola (elementari, medie, liceo) e fanno quindici, uscendo dal liceo nel 1985. Per altri quindici anni sono rimasto fuori dalla scuola tra università, giornalismo e posto in banca. Infine dal 2000, dunque per altri quindici anni, sono ritornato a scuola, questa volta dall’altra parte della barricata, dietro la cattedra (spero non in o sulla medesima), da cui insegno religione cattolica nei licei di Roma. Esperienza quindi molto interessante proprio perché “stereofonica”: ho ascoltato le due diverse campane, studente e docente, l’apprendista e l’insegnante. Per la matematica qualcosa non quadra: tre blocchi di quindici anni, ma io non ho quarantacinque anni bensì quasi cinquanta… in effetti non ho contato i primi 4-5 anni della mia vita, quelli della “preistoria”, cioè di prima della scrittura, cioè della scuola.

Ora il problema è che io trovo molto sensato quello che dice Chesterton quando afferma che il bambino viene mandato a scuola per essere istruito quando è troppo tardi per istruirlo, quando “i giochi sono fatti”, oppure quando afferma, prendendo ad esempio un cacciatore pellerossa, che: “Dire che la stragrande maggioranza degli esseri umani è ignorante è come dire di un cacciatore pellerossa che non ha ancora preso una laurea. Ha preso molte altre cose. E quindi, onestamente parlando, non esistono uomini ignoranti. Possono sfuggire loro certe banali evidenze, ma di certo non sfuggono loro le evidenze più straordinarie dell’esistenza.  [Continua »]


Riflessioni sul tricolore sociale

zuck_2Un articolo apparso lo scorso anno su Internazionale spiegava come Facebook avesse sperimentato su un discreto campione di utenti (si rapporti la parola discreto ai numeri del social network in questione) una selezione dei contenuti da mostrare nella home usando come filtro un indice approssimativo di “felicità”. L’esperimento consisteva nell’aumentare la percentuale di status solari, ironici, rispetto a immagini di giornate uggiose o, viceversa, dare maggiore spazio a notizie di eventi poco lieti o pezzi dei Joy Division rispetto a foto di torte nuziali e candeline. L’esito da verificare era se giocare con questo barometro umorale avesse effetti prevedibili, e quali, sulle bacheche delle singole cavie. Se è facile comprendere il meccanismo, meno immediato è immaginare la portata di uno strumento del genere. L’articolo continuava riflettendo sul fatto che non ci fosse niente di illegale in questa operazione (accettiamo al momento di iscriverci una serie di clausole che troppo spesso ignoriamo), semmai qualcosa di discutibile dal punto di vista etico. Un social network con un bacino di utenti così elevato che affila le unghie per influenzare l’umore della gente, quali esperimenti ha in cantiere per il futuro? A poche ore dagli attentati di Parigi, Facebook propone di cambiare la foto del profilo applicando come filtro il tricolore francese. [Continua »]