La Memoria e i suoi luoghi

Moneta_memoria_IMGpresGli antichi la innalzarono a divinità: per i Greci era la dea Mnemosine dalla bella chioma, sorella dei Titani, figlia del Cielo (Urano) e della Terra (Gea), la madre delle Muse di cui si invaghì perdutamente Zeus: «Poscia s’innamorò di Mnemòsine bellacesarie, e nacquero da lei le Muse dagli aurei serti, nove, a cui grate sono le feste e le gioie del canto» (Esiodo, Teogonia, vv. 916-917).
Per i Romani era la dea Moneta, dal verbo moneo, “ammonire”, derivato dalla radice indoeuropea man che aveva il duplice significato di “pensare” e “ricordare”: una divinità cruciale per la conservazione e la crescita di un Impero, giacché il ricordo del passato funge da monito a non ripetere i precedenti errori e orienta per le azioni future.
In principio, la memoria viveva e si tramandava nell’oralità, attraverso la danza, la poesia, il canto e le arti figurative (che sembra che siano nate proprio dal bisogno di ricordare il passato e le persone più care). Pensiamo alla millenaria arte funeraria in cui il sepolcro costituiva il luogo di trasformazione unificatrice, dove la morte si unisce alla vita, rappresentandola nel ricordo, e la vita eterna attraversa la morte promettendo il suo ritorno. [Continua »]


Ikea. Preludio.

ikea_waterGiorni fa ho messo piede qualche ora all’Ikea, ai miei occhi minuscola oasi di genio e follia nel cuore del complesso commerciale Porta di Roma. C’ero stato solo un’altra volta, un anno fa, ed ero rimasto incantato dalla cura di certi dettagli, dal bigliettino attaccato alla scatola dentro l’armadio (Calze di lana Marta), alla lavagnetta vicino al frigo con scritta la lista della spesa; trovo degno di menzione che ci fosse addirittura un giubbotto a corredo dell’appendiabiti nella stanza dei bambini. Rosicavo, abbastanza, per non essermi portato dietro un’agendina, un foglio di carta, un fazzolettino per il naso su cui appuntare dei pensieri, una descrizione seppure breve, sommaria, della consistenza truciolosa delle polpettine svedesi. Nel timore di smarrire tanta bellezza, avevo raccontato ai colleghi in ufficio ogni particolare, ogni dettaglio da cui ero rimasto colpito, affinché al ricordo degli arredi si unisse, rafforzandolo, il ricordo di averne parlato. Mese per mese mi sono innamorato delle minuzie con cui ornavo, descrivendole, cataste enormi di portaposate cilindrici, ammucchiati uno sull’altro, ornati da fori circolari. Sbiadiva al contrario, giorno per giorno l’euforia con cui avevo approcciato un universo a me quasi del tutto sconosciuto e con quel velo di incanto se ne andavano anche le parole adatte a metterlo in scena.

Sapevo che tornare sarebbe stato diverso, che forse non sarei riuscito a risvegliare quelle stesse emozioni che desideravo mettere a fuoco. [Continua »]


La scuola: giungla, convento o carcere?

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Sono stato all’asilo, o, come si dice, scuola “materna”, dalle suore, per due anni; poi mi sono fatto i miei tredici anni di scuola (elementari, medie, liceo) e fanno quindici, uscendo dal liceo nel 1985. Per altri quindici anni sono rimasto fuori dalla scuola tra università, giornalismo e posto in banca. Infine dal 2000, dunque per altri quindici anni, sono ritornato a scuola, questa volta dall’altra parte della barricata, dietro la cattedra (spero non in o sulla medesima), da cui insegno religione cattolica nei licei di Roma. Esperienza quindi molto interessante proprio perché “stereofonica”: ho ascoltato le due diverse campane, studente e docente, l’apprendista e l’insegnante. Per la matematica qualcosa non quadra: tre blocchi di quindici anni, ma io non ho quarantacinque anni bensì quasi cinquanta… in effetti non ho contato i primi 4-5 anni della mia vita, quelli della “preistoria”, cioè di prima della scrittura, cioè della scuola.

Ora il problema è che io trovo molto sensato quello che dice Chesterton quando afferma che il bambino viene mandato a scuola per essere istruito quando è troppo tardi per istruirlo, quando “i giochi sono fatti”, oppure quando afferma, prendendo ad esempio un cacciatore pellerossa, che: “Dire che la stragrande maggioranza degli esseri umani è ignorante è come dire di un cacciatore pellerossa che non ha ancora preso una laurea. Ha preso molte altre cose. E quindi, onestamente parlando, non esistono uomini ignoranti. Possono sfuggire loro certe banali evidenze, ma di certo non sfuggono loro le evidenze più straordinarie dell’esistenza.  [Continua »]


Riflessioni sul tricolore sociale

zuck_2Un articolo apparso lo scorso anno su Internazionale spiegava come Facebook avesse sperimentato su un discreto campione di utenti (si rapporti la parola discreto ai numeri del social network in questione) una selezione dei contenuti da mostrare nella home usando come filtro un indice approssimativo di “felicità”. L’esperimento consisteva nell’aumentare la percentuale di status solari, ironici, rispetto a immagini di giornate uggiose o, viceversa, dare maggiore spazio a notizie di eventi poco lieti o pezzi dei Joy Division rispetto a foto di torte nuziali e candeline. L’esito da verificare era se giocare con questo barometro umorale avesse effetti prevedibili, e quali, sulle bacheche delle singole cavie. Se è facile comprendere il meccanismo, meno immediato è immaginare la portata di uno strumento del genere. L’articolo continuava riflettendo sul fatto che non ci fosse niente di illegale in questa operazione (accettiamo al momento di iscriverci una serie di clausole che troppo spesso ignoriamo), semmai qualcosa di discutibile dal punto di vista etico. Un social network con un bacino di utenti così elevato che affila le unghie per influenzare l’umore della gente, quali esperimenti ha in cantiere per il futuro? A poche ore dagli attentati di Parigi, Facebook propone di cambiare la foto del profilo applicando come filtro il tricolore francese. [Continua »]


Nel popoloso deserto

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Se il giardino è il primo dei luoghi umani, il deserto è il primo dei luoghi. «In principio» vi sono cielo e terra, sì, ma una terra «informe e deserta» (Genesi 1,2). Non sorprende che, a concepire il cielo come un giardino (pardes, paradeisos), siano state tribù per cui la terra era il deserto. Popoli di nomadi: perché nel deserto si cammina. Non si può stare fermi, come non si può star fermi in mezzo al mare. «Ogni mattino – racconta lo scrittore israeliano Amos Oz – inizio la mia giornata camminando nel deserto per mezz’ora o 45 minuti e inspiro, introietto il silenzio del deserto, così diverso dal silenzio di qualunque altro posto al mondo, è un silenzio completo e totale. Il deserto esprime umiltà». È vero, chiunque abbia l’esperienza di camminare nel deserto, conosce questa vibrazione profonda, simile al passeggiare sopra un immenso cuore addormentato. «Mi è sempre piaciuto il deserto – scrive Antoine de Saint-Exupéry – Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio». [Continua »]


Nel nome dei padri (e dei figli)

002Basterebbe la dedica – “Ai genitori che lottano, ai figli che vincono” – per affermare che questo è il romanzo giusto per una stagione in cui di famiglia si parla a proposito e sproposito. Ma è ben di più. Maurizio Cotrona scrive con passione carnale, guidato dalla necessità di agguantare la vita, metabolizzarla, restituircela intensificata.
Anno Domini 2021, futuro prossimo venturo. Giacomo Alfieri e la moglie Anna rientrano a casa con il nuovo nato, sventuratamente chiamato Primo nonostante sia il secondogenito. A casa li aspetta Luca, 8 anni, che la fa ancora nelle mutandine. C’è già un’intera spettrografia familiare in queste righe, eppure Primo (Gallucci, pp.183, € 16) sorprende a ogni pagina con le improvvise virate narrative. Con le impennate, gli arresti, gli smarrimenti e i nuovi tuffi degli affetti in un nucleo minuscolo ma inarrestabile come il mondo.

Gli anelli forti della catena s’incrinano di schianto, quelli deboli sfoderano una resistenza insospettata. Si possono odiare i propri bambini, dopo averli amati? E ritornare ad amarli? E i propri genitori? E come? Cosa si agita nei cuori dei bambini? Dei padri? Delle madri? Eccoli qui – tata compresa, figura chiave nelle giovani famiglie – raccontati attraverso gesti che sgretolano gli slogan, intimidiscono e commuovono. Cotrona – che, dettaglio non ininfluente, di tre figli è padre – possiede uno sguardo attento ma mai chirurgico, implacabilmente umano, violentemente poetico. [Continua »]


Luoghi (casa è un giardino)

giardino“Adamo dove sei?” La battuta è nota, è il primo discorso diretto del libro più venduto e letto al mondo, e anche l’autore della battuta è noto: è anche l’autore del libro e, secondo alcuni, anche dei lettori di quel libro. Interessante che la prima battuta sia una domanda (ma non doveva essere onnisciente?) e che sia una domanda “di luogo”, relativa cioè allo spazio occupato in quel momento da Adamo. Sembra quasi che Dio non ci si trovi bene in questa dimensione spaziale, beh è chiaro, per lui lo spazio non esiste o, meglio, lui l’ha creato ma egli non vive nello spazio, come non vive nel tempo, è infinito ed eterno, come è noto. Noi uomini invece ci troviamo bene nei luoghi, nel “dove” siamo sempre a posto, mai fuori luogo. Nello spazio e nel tempo noi siamo a nostro agio, Dio un po’ meno, è lui l’intruso. E poi sembra che mentre noi sappiamo tante cose di Dio, Dio appare un po’ più disinformato sull’uomo, non sa, ad esempio, dove sia andato a finire. Eppure non erano in tanti in quel luogo, così bello che si chiama mondo, ma solo due: Adamo ed Eva. Rinvio al famoso libretto di Martin Buber Il cammino dell’uomo per mettere a fuoco questa strana contraddizione per cui il Creatore, Onnipotente e Onnisciente, si presenta come uno sprovveduto che ha perso di vista i due più belli e importanti esseri che ha da poco creato. [Continua »]


Realtà e fantasia, mix agitato (non mescolato)?

RushdieIeri 7 settembre 2015, sul quotidiano che porta sotto il titolo la frase “fondato da Eugenio Scalfari” (che in un’intervista pubblica ha detto di detestare il narcisismo) è apparsa un’intervista che mio fratello Antonio ha fatto allo scrittore Salman Rushdie in occasione della pubblicazione del suo ultimo romanzo, pare sia un fantasy, che già dal titolo  (Due anni, due mesi e ventotto notti) fa il verso alle Mille e una notte. In questo dialogo il romanziere fa le seguenti affermazioni: “Non  ne posso più della realtà. Solo le storie ci possono salvare” e “L’irruzione del fantastico nel quotidiano rappresenta l’unico modo per comprendere noi stessi“. Ce n’è abbastanza per aprire un dibattito.
La discussione su questi temi è in realtà iniziata molto tempo fa dentro BombaCarta, forse fin dall’inizio, e non finirà nemmeno dopo questa mia breve annotazione. E’ un tema caro a noi bombers: quale è il rapporto tra realtà e fantasia? e la verità? quale verità? la verità letteraria? quella della “finzione”?
Negli anni scorsi si è spesso dibattuto di questi argomenti, a colpi di Tondelli e Carver, Tolkien e Chesterton, Borges e Lewis… solo per fare qualche nome. Quando ieri ho letto questo testo (di quel giornale leggo solo gli articoli a me “familiari”) mi ha colpito la recisione delle affermazioni del noto scrittore anglo-indiano e mi sono chiesto, come immagino tutti facciano in questi casi: ma io sono d’accordo? Non sapendo rispondere con uguale nettezza, sto qui a chiedere lumi, allargando e condividendo la conversazione, chi si unisce?