La presenza del reale

Per uno scrittore ci sono almeno tre possibili modi (che qui estremizzo) di porsi davanti alla realtà.

La prima: egli parte dal reale per per poi arricchirlo talmente di connotazioni che la sua scrittura diventa una trasfigurazione fantastica, onirica, visionaria. In una parola: “surreale”.

La seconda: egli parte dal reale per poi soffermarsi talmente sul suo personale ed intimo rapporto con esso che la sua scrittura diventa psicologica, passionale, interiore. In una parola: “sentimentale”.

La terza: egli parte dal reale per poi provare a comprenderlo, a ingabbiarlo in una forma, a difendersi da esso che la sua scrittura diventa razionale, refertuale, osservativa. In una parola: “tecnica”.

Tutte e tre le possibilità hanno generato grandissima letteratura.
Ma esiste un’altra possibilità.

È possibile che lo scrittore faccia esplodere sulla pagina il significato della realtà stessa, facendola rimanere quella che è, senza che sia necessario una trasformazione in altro, cioè senza evadere verso l’esterno (tecnica) né verso l’interno (sentimentalità) né verso i bordi (surrealtà).

La letteratura a cui alludo è quella della “presenza reale” della realtà stessa nella parola. La letteratura, se vuol essere se stessa, comunque non può divemtare mai mero strumento di controllo (potere) o fuga (alienazione interiore o fantastica, che sono poi la stessa cosa), ma luogo di immersione, di esplorazione, di contemplazione. Perfino dell’Assoluto, che mai si identifica con l’Astratto.


La coscienza e la realtà

O la coscienza o la realtà. Bisogna scegliere. Chi fa espressione creativa ha davanti due strade: la strada della coscienza e dei suoi stati e quella della realtà e delle sue cose.

La prima conduce a panorami interiori, a visioni che bucano ciò che la vista propone, a deragliamenti dei sensi e paradisi artificiali, a un disagio del reale e ad un’ansia di assoluto, accompagnata a volte dalla percezione di un limite innaturale che la vita comporta.

La seconda conduce a panorami e paradisi terrestri, a gioiosi o dolorosi adeguamenti alla realtà del mondo, a una umiltà che permette di accogliere ciò che cade sotto i sensi, a una percezione del mondo come creato buono, a volte accompagnata dalla percezione della durezza e della resistenza che le cose oppongono all’uomo e che egli lima e addomestica col suo lavoro. Ma queste due strade, quella della coscienza e quella della realtà, non sono mai scisse: scorrono parallele e costituiscono insieme un binario. Senza il reale la coscienza è vuota e se essa lo rifugge si trova solo davanti al nulla, pur essendo alla ricerca dell’assoluto. Senza la coscienza la realtà è un fatto bruto, una superficie fredda che si impone come cosa anonima e muta.

L’arte, secondo BombaCarta, vive dunque di coscienza e di realtà: la coscienza accoglie e legge il reale attraverso l’espressione della propria creatività; la realtà apre la coscienza con la sua concretezza, fino anche alla meraviglia o al terrore.


Svolta di respiro

“Atemwende” è il titolo di una raccolta del poeta di origine rumena Paul Celan. In italiano questo titolo è tradotto con l’espressione “Svolta di respiro”. Quale il senso di questo titolo?

Il poeta assume, “inspira”, la realtà che gli sta intorno, la elabora per mezzo dell’arte e la restituisce, la “espira” come poesia. Nella sua semplicità, questo flusso d’aria rende perfettamente il senso della poesia nel suo rapporto con la vita. Il poeta, infatti, non può che respirare la propria aria, quella che lo circonda e i suoi polmoni la elaborano per espirarla in forma poetica. La poesia insomma è “respiro”. Ma se l’aria intorno alla realtà si fa irrespirabile? Se l’aria si fa densa di polvere? Cosa accade al poeta? Smetterà di restituire poesia? Il suo respiro non potrà che diventare rantolo e sarà sufficiente appena per un grido, incapace di dire il reale e appena utile a denunciarne l’indicibilità. La situazione critica sembra condurre la poesia sull’orlo di se stessa, come scrive Celan in un suo saggio: l’unica cosa che si salva è la parola, ma essa deve attraversare “le proprie impossibilità di rispondere, la propria tendenza ad ammutolire”.

Ecco il punto: la poesia non ha la natura di un “pauroso ammutolire”. Non è “qualcosa che toglie […] il respiro”, nè tende a diventare “respiro di pietra” (“Steinatem”). Per Celan la parola può attraversare “mille tenebre” ma alla fine la capacità di parola si salva dal mutismo, dall’afasia sempre incombente. Resta dunque l’attesa, la speranza, la prospettiva di una salvezza della parola.


Essere di attesa

L’uomo è un essere di ricerca. Lo sappiamo. Cosa cerca l’uomo? A volte neanche lo sa. E se non fosse così?

Proviamo a immaginare un uomo che non ricerca. Proviamo a immaginare che il Siddharta di Hesse sia solo una menzogna borghese, una perdita di tempo. Resteremmo sconvolti? Resterebbe sconvolto il nostro modo di intendere la letteratura e forse anche l’uomo? Io credo che chi cerca veramente abbia già trovato, almeno qualcosa. La ricerca pura non è in grado di generare poesia e racconto, come non è in grado di generare vita, del resto. L’artista è innanzitutto non un essere di ricerca, ma un essere di attesa. L’ispirazione, per quanto la si ricerchi, non può essere raggiunta. Così è per le cose più importanti della vita umana, compreso l’amore, compreso il «senso». Carver, un autore di cui spesso BombaCarta si è occupata quest’anno, ad esempio, non è stato un uomo di ricerca. È stato un uomo che ha aderito in maniera bruciante al quotidiano «raso terra». Se ha visto il male, del male ha parlato. Se ha visto la luce, della luce ha parlato, sino a vedere nel suo cuore «questa crosta di terra/ che il temporale illumina (In my heart, this plot of earth/ that the storm lights)» (Pioppi tremuli). È questo è un evento di «grazia». Solo chi è in attesa (e non tutto concentrato sulla ricerca), può trovare.

La vera «ricerca» è questione di ascolto prima che di domanda. Solo così, per ricordare le parole del poeta Bartolo Cattafi, l’essere costretti alla nostra crosta di terra, alla nostra sosta d’insetto su di essa, potrà essere inscritta nel divampante mistero di un senso:

Siamo ora costretti al concreto
a una crosta di terra
a una sosta d’insetto
nel divampante segreto del papavero
(Costrizione)


Un arazzo di fondo

La cultura può essere un immenso e sterile meccanismo narcisistico che imbozzola e fa crepare dentro discorsi asfittici, scegliendo sempre i locali “giusti”, le librerie più fornite, gli spettacoli più colti e gli arredamenti più arditi: una superba miseria. A proposito di Inverno, un recente film di Nina di Majo, Marco Lodoli ha scritto che “ai libri, ai film, ai quadri bisogna solo chiedere di aiutarci a essere più autentici e spontanei, di sciogliere ogni incrostazione che impedisce alla nostra energia di scorrere libera e chiara in una sfera più vasta“. Ha ragione.

L’arte e la cultura è un “aiuto” (non uno strumento, un aiuto) che scioglie le incrostazioni che impediscono l’autenticità. Ma soprattutto toglie gli intoppi che impediscono all’energia di scorrere “in una sfera più vasta”. E qual è questa sfera? Potrei porre la domanda in questi termini: in quale sfera io mi colloco? Quando scrivo, leggo, guardo, dipingo… non lo faccio mai in modo neutrale. C’è sempre un arazzo di fondo, un orizzonte, una meta-narrazione, un cosmo all’interno del quale io mi muovo, scrivo, guardo e interpreto… Qual è il disegno che ho alle spalle e davanti? Ha scritto Erri De Luca a proposito di una delle più grandi e plastiche metanarrazioni che esistano, la Bibbia: “ricevo l’immensità di un senso, anche restando alla superficie delle parole”. Le parole del senso, evidentemente, hanno una superficie tutta da perlustrare… ma soprattutto è aperta e vasta…


Letteratura con le Maiuscole

Si può far letteratura con le minuscole o con le Maiuscole. Io penso che usare ogni tanto (senza abusarne, però) le maiuscole sia importante. Lo so: le maiuscole sono rischiose. Si ha paura ad usarle. Sono troppo grandi. A volte ci si deve necessariamente confrontare con piccoli amori, piccole felicità, piccole verità, piccoli equivoci (senza importanza), piccoli beni e piccoli mali, piccole ingiustizie e piccoli ideali, piccole vite, piccoli mondi (antichi o postmoderni) e piccolo tutto. Eppure… a volte nasce il desiderio di mettere un PUNTO e andare a capo cominciando a scrivere con una Maiuscola e sentire il fuoco di un Amore che si sente che necessariamente debba durare una vita e anche di più, una Felicità che non ci è data, una Verità, un Equivoco, un Bene, un Male, un Ideale, una Vita, un Mondo…

Io credo che valga la pena vivere (e scrivere) solo per una Maiuscola. Se non c’è una Maiuscola tutto il resto è utilissimo decoro, aggettivo, addobbo.. che però a volte non si sa dove appendere oppure resta sempre tra i piedi, lo si ha per le mani, ronza in testa… Il fatto è che, guarda caso, in letteratura (nella migliore letteratura) le maiuscole sono sempre (tra)vestite da minuscole, sono messe in forma di parole quotidiane e senza Storia… e quando ciò accade esse diventano Irresistibili…


Quello che si vuole veramente

La letteratura non è qualcosa come un martello, nonostante Kafka, nella sua celebre lettera a Oskar Pollack, l’abbia intuita come un’ascia per spaccare il mare ghiacciato che è dentro di noi. La letteratura non è un mero «utilizzabile», una cosa che si ha a disposizione, a «portata di mano». L’uomo infatti vive «nel» linguaggio e la letteratura semmai può essere un habitat. Eppure la domanda è stata spesso lanciata e rilanciata e oggi rimbalza non solo, come da sempre, su ampi trattati cartacei, ma anche in web forum, newsgroups e newsletter (soprattutto, di questi tempi, “Vibrisse” di Giulio Mozzi). L’ingenuità della domanda contiene una sapienza che occorre non lasciarsi sfuggire. Essa infatti rivela un bisogno di comprendere cosa sia la letteratura nel rapporto con noi, con il nostro mondo e con la nostra spiritualità: a che cosa serve la letteratura?

Raymond Carver, nella sua ultima poesia (“Late fragment“, cioè “Ultimo frammento“) si chiedeva: “E hai ottenuto quello che/ volevi da questa vita, nonostante tutto?“. La domanda è tanto elementare quanto decisiva. È esattamente con un interrogativo simile che, a mio parere, deve confrontarsi la domanda sull’identità e sul «servizio» della letteratura. La letteratura «serve» ad ottenere ciò che si vuole veramente? Se la letteratura non si confronta con le tensioni radicali di una vita umana, non «serve» a molto. Se un’opera non tocca queste tensioni è come un «cembalo che tintinna». Se uno scrittore, in qualche modo, non gioca il proprio destino nella scrittura inganna il tempo e… “fugit irreparabile tempus“, ci ricorda Virgilio!


Materiali terrosi

Con i concetti astratti non si fanno storie, lo diceva la grande scrittrice Flannery O’Connor:

«La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose».

E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista. Certi scrittori principianti, a giudizio della O’Connor, purtroppo sono consapevoli di problemi, di temi, di tutto quel che sa di sociologia, ma non di persone, dell’ordito dell’esistenza, di quei particolari di vita concreti che dànno realtà «al mistero della nostra posizione sulla terra». La sensibilità e l’acume psicologico sono poveri strumenti per scrivere di narrativa. È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo. Di questo si alimenta la narrativa migliore. Scrivere è una «sfacchinata».

I materiali di cui è fatto un racconto o un romanzo possono essere i più «terrosi» e polverosi, i più umili: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa». Da qui un prezioso avvertimento: non è possibile suscitare l’emozione con testi infarciti di emozione o i pensieri facendo fuoriuscire incontenibile il pensiero da ogni angolo del racconto: a queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore» : scrivere narrativa (e così anche vivere) non è questione di dire cose, ma di farle vedere, di mostrarle (e dunque di farle).


Di-vertere

Turismo, curiosità, ricerca, distensione… si può intendere e vivere la vacanza in molti modi… Tra i vari modi di far vacanza c’è quello del “giramondo”. Il giramondo vive interiormente sempre una situazione di ricerca, di nostalgia, di richiamo o di nomadismo, di esilio o di speranza in una “terra promessa”. Col turismo di massa questa figura assume una tonalità nostalgica. Il viaggio, diventato “turistico” è ormai come “il misurar la cella del detenuto che cammina su e giù dove altri prigionieri altrettanto mobili e ‘liberi’ hanno già lasciato un solco”(Leed). Il viaggiare, che un tempo era una esperienza eccezionale, rara, ora è un fatto di routine.

Il campo semantico del viaggio è mutato rispetto a quello della tradizione. A viaggio oggi si collega “aereo”, “albergo”, “taxi”, “ristorante”… Certo sono indiscutibili i benefici della tecnologia che accorcia le distanze ed unisce il mondo. È tuttavia necessario pensare come questa dimensione di vita, quella esplorativa, rischi di esser persa. E allora? Proviamo a prendere carta e penna e a muoverci, almeno per una volta, come esploratori nel luogo in cui ci troviamo, sia esso un safari avventuroso, un viaggio organizzato a puntino o un andare su e giù per le strade della nostra città. Proviamo a fare i “giramondo” al di là del contesto in cui ci troviamo e poi proviamo a prendere piccole (anche piccolissime) note, impressioni, emozioni… anche atomi, briciole, flash. Sarà un modo per di-vertere (cambiare direzione), divertirci e scoprire una novità persino nel quotidiano più ordinario. Chi vuole potrà farci avere queste piccole note…