La mano di un vecchio

Questo racconto di Demetrio Paolin è una riflessione sulla scrittura. Nella mailing list di BombaCarta ha acceso un ricco dibattito che, sicuramente, finirà sulla nostra e-zine. Non resta che augurarvi buona lettura.

C’è la chiesa che praticamente è sul fiumiciattolo.
Ha le pareti di pietra grigia e misera. Non sta in alto, questa chiesa, ma sotto.
Tutto il paese incombe. Il campanile, per dirti, arriva all’altezza del ponte, che collega l’abitato alla via Salaria. Quindi se siamo quaggiù, come ora che è notte e tira un vento umido che ti fa le ossa molli, non vediamo niente del paese. Siamo intabarrati e io ho tirato pure su il cappuccio della giacca, mentre tu tieni i capelli sciolti e sei bella, di una bellezza strana che s’intona a questa pietra a questa notte a quest’acqua corrente.
Qui, ci dice l’uomo, erano le prigioni. Le ultime persone che furono chiuse dentro – e ci indica una porticina che si apre su di un muro, senza finestre o sbocchi, ma chiuso – erano delle partigiane.

[Continua »]


Sodastream

Sodastream, Teatro Sanzio, Urbino, 10 dicembre 2006

Dieci anni di musica insieme, quattro album, un live ed una manciata di ep, hanno suonato in giro per il mondo tutto questo tempo e a loro dire il teatro di Urbino che li ospita per questa tappa italiana è lo spazio più bello nel quale abbiano mai suonato. È difficile pensare quanto siano stati tenaci i Sodastream, duo australiano originario di Melbourne, in questi anni sempre più difficili per la musica internazionale. E loro lo sanno bene, visto che è anche attraverso la vendita diretta dei loro cd alla fine dei concerti che si sorregge finanziariamente il loro progetto. I Sodastream sono l’esempio vivente di come il discorso economico sia centrale nell’attività artistica di un individuo e di come questo si rifletta nel panorama musicale internazionale. L’unico modo per loro di uscire dall’anonimato fu quello di essere inclusi quasi per caso, o comunque senza la loro consapevolezza, nel movimento (mio Dio, parlare di movimenti nella musica indie…) New Acoustic di qualche anno fa che gettò una luce nell’oscuro che li aveva avvolti scandalosamente fino a quel momento. Ma a loro, Karl Smith e Pete Cohen, poco sembra interessare ciò che succede intorno: sul palco, fedeli i loro strumenti, dieci corde in tutto (una chitarra e un contrabbasso per la maggior parte del tempo), li attendono oggi come dieci anni fa. [Continua »]


La famiglia e (è) l’avventura

ChestertonDi recente, anche in lista, si è discusso sul fatto, sollevato da qualche critico italiano, che la narrativa italiana sarebbe poco avventurosa perchè troppo “piena” di famiglia. Invece la realtà è l’esatto opposto: c’è poco avventura perchè c’è poca famiglia. Lo aveva detto, un secolo fa, con la solita grande intelligenza, Gilbert Keith Chesterton. Ecco qua un brano tratto dal saggio Eretici, buona lettura!

Alcuni saggi della nostra decadenza hanno portato un serio attacco alla famiglia. L’hanno contestata, a mio giudizio, su basi errate; e i suoi difensori l’hanno difesa, e difesa su basi errate. La comune argomentazione a favore della famiglia vuole che, nella tensione e nell’instabilità della vita, essa sia pacifica, piacevole e armoniosa. E c’è un’altra difesa della famiglia che è possibile e, ai miei occhi, evidente; che essa non è pacifica né piacevole né armoniosa. [Continua »]


Cioccolato, cavoli e patate. La frontiera dentro e dietro di noi: Kerouac e Tolkien

Jack Kerouac

Jack Kerouac

Mentre ascolto le note dell’ultimo, struggente (già dal titolo: Orphans) album di Tom Waits, goloso lettore di Kerouac, rifletto (e scrivo così, quasi di getto) su quanto ha detto Eraldo Affinati su Kerouac, nella tavola rotonda del 9 dicembre sul tema della frontiera nella letteratura americana. Affinati, tra l’altro, ha raccontato la fine di On the road, il famoso romanzo del suddetto scrittore. Pare che (io, lo confesso, non ho mai letto On the road) il protagonista del romanzo, dopo aver a lungo viaggiato, si ritrovi davanti alla propria casa a gridare come un matto finché qualcuno da sopra non lo invita a salire su a prendersi una tazza di cioccolato. Più o meno questo il finale.
Più o meno il finale de Il signore degli anelli. [Continua »]


Linguaggi moderni

Prendo spunto per questa riflessione da un articolo di Marco Bobbio, pubblicato sul numero di Panorama di sabato 2 dicembre.

Scrisse ai suoi tempi Pablo Neruda in Cento sonetti d’amore: “Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio o freccia di garofani che propagano il fuoco: t’amo come si amano certe cose oscure, segretamente, tra l’ombra e l’anima”. I giovani di oggi, invece, quando non sfogano le proprie passioni amorose attraverso giganteschi e coloratissimi murales, imbrattando intere facciate e pareti di scuole ed altri luoghi pubblici [Continua »]


Colorum confinia

Mundum intueri homines videre et res videre valet.

Homines et res semper varii sunt. Igitur mundum videre colores videre valet. Sed haec alium super alium, alium in alio non variant. Machinae ad potionem coffeam parandam color ravus in roseo meae manus colore non variat. Color ravus ravus est et roseus color roseus est, etiam si rosea manus mea ad illum raveum sumendum cum eius rei forma se exaequanda est. Etiam duo corpora nuda quae appropinquant [Continua »]


La frontiera americana tra realtà e immaginario

  • Non si può parlare dell’avventura se non si ha una idea della «frontiera». Leggo nel classico The liberation of American Literature (1932) di Calverton: It was the frontier which … released energies of impulse and aspiration.
  • Parlare di avventura significa parlare di qualcosa che ad-viene da «altrove».
  • E parlare di altrove significa riferirsi a un limite che separa e congiunge due territori.

La letteratura statunitense ha una delle sue più profonde radici proprio nella figura della frontiera. Già nel 1784 John Filson invitava nel suo Kentucke a non perdere l’occasione di raggiungere «la terra della promessa, dove scorre latte e miele (the land of promise, flowing with milk and honey)». Da Filson a Jack Kerouac si sviluppa l’archetipo culturale legato alla frontiera e la figura del Nuovo Adamo che cerca di mantenere intatta la propria innocenza nell’Eden del Nuovo Mondo, fuggendo dalla civiltà verso la wilderness. In Filson è il Kentucky, in Kerouac – cioè nel mezzo dell’era industriale e della motorizzazione di massa – è il viaggio on the road lungo la raw land that rolls in one unbelievable huge bulge over to the West Coast (terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa). [Continua »]