La mano di un vecchio
Questo racconto di Demetrio Paolin è una riflessione sulla scrittura. Nella mailing list di BombaCarta ha acceso un ricco dibattito che, sicuramente, finirà sulla nostra e-zine. Non resta che augurarvi buona lettura.
C’è la chiesa che praticamente è sul fiumiciattolo.
Ha le pareti di pietra grigia e misera. Non sta in alto, questa chiesa, ma sotto.
Tutto il paese incombe. Il campanile, per dirti, arriva all’altezza del ponte, che collega l’abitato alla via Salaria. Quindi se siamo quaggiù, come ora che è notte e tira un vento umido che ti fa le ossa molli, non vediamo niente del paese. Siamo intabarrati e io ho tirato pure su il cappuccio della giacca, mentre tu tieni i capelli sciolti e sei bella, di una bellezza strana che s’intona a questa pietra a questa notte a quest’acqua corrente.
Qui, ci dice l’uomo, erano le prigioni. Le ultime persone che furono chiuse dentro – e ci indica una porticina che si apre su di un muro, senza finestre o sbocchi, ma chiuso – erano delle partigiane.
Dieci anni di musica insieme, quattro album, un live ed una manciata di ep, hanno suonato in giro per il mondo tutto questo tempo e a loro dire il teatro di Urbino che li ospita per questa tappa italiana è lo spazio più bello nel quale abbiano mai suonato. È difficile pensare quanto siano stati tenaci i Sodastream, duo australiano originario di Melbourne, in questi anni sempre più difficili per la musica internazionale. E loro lo sanno bene, visto che è anche attraverso la vendita diretta dei loro cd alla fine dei concerti che si sorregge finanziariamente il loro progetto. I Sodastream sono l’esempio vivente di come il discorso economico sia centrale nell’attività artistica di un individuo e di come questo si rifletta nel panorama musicale internazionale. L’unico modo per loro di uscire dall’anonimato fu quello di essere inclusi quasi per caso, o comunque senza la loro consapevolezza, nel movimento (mio Dio, parlare di movimenti nella musica indie…) New Acoustic di qualche anno fa che gettò una luce nell’oscuro che li aveva avvolti scandalosamente fino a quel momento. Ma a loro, Karl Smith e Pete Cohen, poco sembra interessare ciò che succede intorno: sul palco, fedeli i loro strumenti, dieci corde in tutto (una chitarra e un contrabbasso per la maggior parte del tempo), li attendono oggi come dieci anni fa.
Di recente, anche in lista, si è discusso sul fatto, sollevato da qualche critico italiano, che la narrativa italiana sarebbe poco avventurosa perchè troppo “piena” di famiglia. Invece la realtà è l’esatto opposto: c’è poco avventura perchè c’è poca famiglia. Lo aveva detto, un secolo fa, con la solita grande intelligenza, Gilbert Keith Chesterton. Ecco qua un brano tratto dal saggio Eretici, buona lettura!
Prendo spunto per questa riflessione da un articolo di Marco Bobbio, pubblicato sul numero di Panorama di sabato 2 dicembre.
Mundum intueri homines videre et res videre valet.