Aspettando Chesterton

ChestertonIn attesa del convegno di domani (14 giugno, alle ore 18.00 presso la sede de La Civiltà Cattolica invia di Porta Pinciana 1, Roma) sul tema: G. K. Chesterton: l’ortodossia del buonumore, ecco alcuni dei mitici detti di GKC, giusto per incuriosirvi:

1) La misura di ogni felicità è la riconoscenza.

2) Tenete per voi il vostro Byron che commemora le disfatte degli uomini. Io verserò lacrime di orgoglio leggendo l’orario delle ferrovie.

3) Non è l’immaginazione che produce la pazzia; è la ragione. I giocatori di scacchi diventano pazzi, non i poeti; i matematici, i cassieri possono diventare pazzi, non gli artisti che creano… [Continua »]


Chesterton, un po’ Whitman un po’ Stevenson

G.K. Chesterton

CONVEGNO SU CHESTERTON

organizzato da Civiltà Cattolica insieme a BombaCarta e al Chesterton Institute di Seton Hall nel New Jersey

sabato 14 giugno 2008 a partire dalle ore 18.00

presso la sede de La Civiltà Cattolica in

via di Porta Pinciana 1, Roma.

Ho conosciuto Gilbert Keith Chesterton (detto per brevità GKC dalle sue iniziali) grazie a Borges. Il poeta argentino non è stato solo grande con i versi e con i racconti, ma anche come critico letterario. A molti autori che poi ho tanto amato sono stato condotto per mano da questa sapiente guida cieca. Borges era uno sfegatato ammiratore di Chesterton, di cui scrive:

“Nella sua scrittura restano marcate tracce pittoriche. I suoi personaggi usano entrare in scena come attori e i suoi paesaggi vivacemente sbozzati s’appiccicano alla memoria. GKC visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson. Eppure qualcosa gli rimase attaccato addosso, rintracciabile nel suo gusto per l’orrido. Il più celebre dei suoi romanzi “L’uomo che fu Giovedì”, ha come sottotitolo ‘Un incubo’. Avrebbe potuto essere Poe o magari un Kafka; lui comunque preferì- e gli siamo grati della scelta – essere Chesterton e coraggiosamente optò per la felicità o finse di averla trovata. Dalla fede anglicana passò a quella cattolica, che, secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura.
In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo ad un mero propagandista cattolico. Innegabilmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta. La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton.”Ho trascritto interamente la lunga citazione di Borges, non solo perché la sottoscrivo integralmente, ma anche perché centra molti punti “nodali” di questo scrittore e anche i diversi aspetti che saranno indagati nell’imminente convegno organizzato da Civiltà Cattolica insieme a BombaCarta e al Chesterton Institute di Seton Hall nel New Jersey che si svolgerà sabato 14 giugno a partire dalle ore 18 presso la sede della Civiltà Cattolica in via di Porta Pinciana, 1.E questi punti sono: la scrittura collegata alla pittura, la malinconia e l’horror dai quali però paradossalmente scaturisce un impeto di gioia e di speranza; la difesa del buon senso e, direi, dell’uomo comune; la crisi religiosa e l’adesione al cattolicesimo (con conseguente ostracismo e oblio); il dono della felicità che ancora oggi GKC fa ad ogni lettore.

Ha ragione Borges: GKC è un mix di Stevenson e di Whitman. Del primo (al quale dedicò un volume biografico) ha preso il gusto della vita come avventura e come romanzo, mai prevedibile; in comune con Whitman ha la passione per l’uomo comune, lo sguardo fresco, primigenio, lo spirito contemplativo. Come il grande poeta americano, GKC ha una visione della poesia come forza che nasce dal popolo e dalla contemplazione dell’universo, colto così con occhio grato come lo potrebbe ammirare Adamo il primo giorno della creazione. Non stupisce la passione di GKC per la figura di San Francesco d’Assisi (ne parlerà Fabio Canessa al convegno) a cui lo scrittore inglese dedicò un volume biografico, tra le sue opere migliori. In un saggio dedicato alla sua conversione, citando Whitman sul valore autentico della “democrazia”, afferma che

“Vi potranno essere perfino il tramonto della civiltà e del mondo, ma mai la Chiesa Cattolica riterrà che un idiota qualsiasi, o una persona qualunque, non valga la pena di essere salvata.”

Per GKC, come indica Borges, l’universo è “strano”, e l’uomo è quindi “straniero alla terra”, immerso in un mondo di segni e simboli, e questo per GKC è fonte di gioia, come se Dio invitasse l’uomo ad un gioco di libera, fantasiosa (ma anche rigorosa), decifrazione. Da qui si spiega la creazione, da parte di GKC, del suo personaggio letterario più celebre: Padre Brown, il famoso prete-detective, geniale “solutore” di intricatissimi enigmi, appassionato della verità ma più appassionato dell’uomo, del peccatore che egli insegue ma non persegue…lo insegue come lo sguardo del padre nella parabola del figliol prodigo. Del Chesterton giallista parleranno al convegno Paolo Pegoraro e Cristiano Governa.Ci sarebbe ben altro da dire su questo grande scrittore, così “out” rispetto alla letteratura “ufficiale” che gira nelle librerie italiane ma che invece, pian piano, è entrato dentro l’universo di BombaCarta. Del resto GKC, proprio come Borges, è stato anche uno straordinario critico letterario.. è sufficiente questa citazione per rendersi conto della grandezza del tesoro che si scopre insieme alla riscoperta di questo grande scrittore inglese:

“Le arti esistono, per dirla secondo il nostro stile primordiale, in quanto rappresentano la gloria di Dio, o, per tradurre lo stesso concetto in termini psicologicamente comprensibili, per svegliare e mantenere vivo nell’uomo il sentimento della meraviglia. Il successo dell’opera d’arte consiste nel dire, di qualsiasi soggetto (albero, nuvola o carattere umano che sia): “L’ho visto migliaia di volte ma non l’ho mai visto sotto questa luce fino ad ora”. Ora, per far questo, una certa variazione di stile è naturale e persino necessaria. Gli artisti variano a seconda di come compiono il loro assalto, in quanto è di loro competenza compiere un attacco a sorpresa. Devono donare una nuova luce alle cose, e non c’è da stupirsi se talvolta si tratta di un raggio ultravioletto impercettibile o una luce che ricorda l’ombra nera della pazzia o della morte.”

L’arte come assalto, come attacco a sorpresa.. l’avevate mai vista sotto questa luce, finora?


Audiolibri, cosa sta succedendo in Italia?

Segnalo questo post di Maura Gancitano sugli audiolibri:

Nelle ultime settimane le librerie italiane sono state invase dagli audiolibri. Le grandi case editrici stanno lanciando sul mercato, infatti, la versione audio dei propri bestsellers. A questo si aggiungono, come si è detto in un altro post, la nascita di nuove società di produzione e la possibilità di comprare anche su iTunes Store laversione audio di grandi classici della letteratura (si legga: “libri liberamente riproducibili, ovvero opere che non sono più protette dai diritti d’autore”).

Il prezzo non è irrisorio: l’audiolibro attualmente più venduto su iTunes, “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello, realizzato da Il Narratore, costa 7,95 euro; quello di Gomorra, disponibile in moltissime librerie italiane, ne costa addirittura 23 (in questo caso bisogna comunque considerare anche il packaging), contro i 15,50 euro del libro.

L’offerta cresce, dunque, e l’investimento degli editori sembra essere notevole, se si considera che Mondadori lo scorso 4 dicembre ha addirittura dato vita a una collana specifica, chiamata proprio Audiobook.

Sebbene gli addetti ai lavori stiano cercando in questo momento di capire che tipo di futuro possa avere nel nostro paese un mercato del genere, risulta però quasi impossibile trovare dati precisi sulle vendite. Ciò che è possibile osservare, comunque, è che l’investimento e l’entusiasmo degli editori rispetto al mercato degli audiobook sembra essere maggiore di quello che qualche anno fa venne riservato all’e-book, che in Italia si rivelò un fallimento (andrebbe fatto un discorso a parte – cosa che non escludo di fare più in là – sullo stato attuale della vendita degli e-book, peraltro spesso venduti in formato .lit, ovvero fruibili con il terribile Microsoft Reader che, per oscure ragioni, sembra essere ancora in vita).

Non è da escludere, dopotutto, una possibile “fusione” tra e-book e audio-book. Interessante, a questo proposito, è il caso che riguarda Animulae, le toscane profumano di limoni, primo video-audio libro italiano, tratto da un racconto di G. L. Tannamori e narrato da Ludovica Modugno (con in copertina un’illustrazione di Osvaldo Cavandoli). In sostanza, si tratta di un’opera che è possibile ascoltare, e che si può contemporaneamente leggere (sul proprio computer, o sull’iTouch, o iPod, o iPhone…).

Il video-audio libro è disponibile esclusivamente su Amazon.

Tratto da » da asterione:techno


Citofonare Interno 7

CitofonoQualche giorno fa mi sono trovata a fare il mio ingresso in una casa in cui non ero mai stata. Dopo aver passato la giornata a parlare di Ingresso (il tema dell’ultima Officina di BombaCarta Roma di quest’anno), infatti, lo scorso 24 maggio, nel tardo pomeriggio, ho preso un taxi che dal Massimo mi ha portata a Via della Marranella.
Sono arrivata con un anticipo a dir poco imbarazzante. Non sapevo se citofonare o meno, dal momento che conoscevo molto poco le persone con cui avevo appuntamento e le immaginavo indaffaratissime, e mentre decidevo cosa fare mi sono resa conto di trovarmi esattamente nella condizione di cui avevamo parlato per tutta la giornata!
Mentre aspettavo che l’anticipo diventasse quantomeno accettabile (siamo tutti bene o male abituati a scusarci per il ritardo, scusarsi per l’anticipo è molto meno naturale!) è arrivata una ragazza, anche lei diretta all’interno 7, così siamo salite insieme. [Continua »]



Le mie nove vite: Carla Cohn

Se c’è un punto cieco che costituisce il limite, o meglio la voragine, di fronte alla quale sembrano collassare le categorie del pensiero occidentale, quel punto cieco, quel limite è l’esperienza dei campi di concentramento. Cosa è stata, cosa ha significato questa esperienza che ha raggiunto la sua forma omicida e parossistica nel nazismo – con il campo di sterminio -, ma che non è stata estranea alle democrazie liberali? Il campo di concentramento si colloca in quel punto estremo dello sviluppo della biopolitica (quella forma di potere che si incarica di gestire, amministrare, investire la vita fino a penetrare la sua struttura biologica) nel quale il potere si rovescia in tanatopolitica, agglutinandosi in un regime che anzichè “gestire” la vita, dipensa la morte (e dispensa la morte proprio perché si prefigge di “gestire” la vita).

Il campo si delinea – lungo questo crinale – come lo spazio della biopolitica (Agamben: “La novità della biopolitca moderna è che il dato biologico è, come tale, immediatamente politico e viceversa”), come quell’assetto totalitario nel quale il particolare viene cancellato (Arendt: “Il potere totalitario premendo gli uomini l’uno contro l’altro distrugge lo spazio tra loro, e sostituisce ai limiti e ai canali di comunicazione tra i singoli un vincolo di ferro, che li tiene così strettamente uniti da far sparire la loro pluralità in un unico Uomo di dimensioni gigantesche”). [Continua »]


Non solo all’ombra dello zio Eugenio

Nella primavera del 2003, secondo quanto ci testimonia il nipote Roberto Vignolo, sua zia Claudia Vignolo, unica figlia di Marianna Montale, sorella del poeta, gli esprimeva il suo vivo desiderio che le lettere di sua Madre venissero pubblicate: Ci terrei a vederle pubblicate, per farne conoscere di più e meglio la figura, non solo all’ombra dello zio Eugenio. Un’aspirazione giusta e motivata, che rivela quanto Claudia Vignolo avesse compreso l’autonoma grandezza della figura di sua Madre, rimasta sempre in ombra dietro al più famoso fratello, ma la cui giusta fisionomia merita una riscoperta ed una precisa configurazione.

Per questo si rivela quanto mai opportuna la pubblicazione delle Lettere da casa Montale (1908-1938) (Ancora, Milano 2006, pp. 746, € 30.00), una corposa antologia di missive scritte nell’arco di un trentennio dai diversi componenti della famiglia Montale, tra cui Marianna spicca come vera protagonista di questo epistolario, ricco e ampio, che getta nuova luce sulla sua figura, anche se non la illumina ancora completamente, in quanto non si tratta della pubblicazione dell’intero materiale esistente, in parte tuttora in mano ad eredi. L’opera è curata da Zaira Zuffetti che ha compiuto una scelta tra quanto fornitole, seguendo dapprima un criterio tematico e poi, dopo il 1914, più strettamente cronologico ed intervenendo solo con brevi testi di raccordo e di spiegazione, sobri ed essenziali.

Il carteggio ha un inizio acerbamente letterario, in quanto riporta la corrispondenza che si scambiano due Bimbe (tale è il titolo della Parte prima). Quelle che con termine tipicamente toscano vengono definite bimbe sono Marianna Montale e Ida Zambaldi, che, grazie a quella che allora si chiamava un’”amicizia di penna”, essendosi conosciute e messe in contatto grazie ad un giornalino settimanale che riscuote tutta la loro entusiastica simpatia “La piccola Lettura – Il Collodi”, iniziano a scriversi, scambiandosi notizie ciascuna su di sé, sulla propria famiglia e sui personali interessi letterari. Già da queste prime parole adolescenziali emerge il rigore di Marianna che percepisce questo legame d’amicizia come qualcosa di molto serio, destinato a durare “eternamente”, come afferma nella lettera del 5/10/08 e come sarà nella realtà. È interessante sottolineare come in quegli anni di un secolo fa, due ragazzine della borghesia di due grandi città (Genova e Firenze) basino la loro amicizia su comuni interessi letterari, su consonanze di gusto, su problematiche di vita che sempre più si connotano come esistenziali, spirituali e religiose. In questa fase Marianna inizia a sperimentare le sue doti letterarie, come ci testimonia il componimento Serenità, di cui basta leggere la prima strofa (Mi sento tranquilla, beata / in questa mia stanza diletta, / in questa stanzetta appartata; / e ascolto in silenzio, soletta) per comprendere lo stato d’animo di questa fanciulla, per certi aspetti capace di precorrere di alcuni decenni, pur nella sua semplicità d’espressione, quello di Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé (1929). In questa sua stanza diletta, nonché stanzetta, Marianna legge, scrive e riflette, dimostrandosi molto aggiornata in fatto di libri e davvero sicura nelle sue scelte. Dice infatti all’amica: Vedrai che il Pascoli ti piacerà molto sai?[…] Io di questo poeta ho letto: I due fanciulli, Nozze, La quercia caduta, Il cane, Il fiume, La pieve, La chiesa, La sorella, La mia sera. Tutte poesie. “I ricordi di un vecchio scolaro” in prosa. E poi delle altre graziose e commoventi poesie tradotte…Sono traduzioni molto libere, fresche e care quanto mai. Poi interroga l’amica chiedendole: Hai letto “La Madonnina del faggio” di Fogazzaro? E subito si affretta ad aggiungere con sicurezza e determinazione: E’ bella, bella. Poi riprende il discorso, spostando il suo interesse su un altro poeta, il Carducci, chiedendo: E del Carducci? Io due o tre poesie appena. Questa reticenza sembrerebbe nascondere scarso entusiasmo per questo poeta. Poi il discorso si sposta alla narrativa, con un tono che sembra rispondere a domande rivoltele da Ida. Dice infatti: Sì ho letto La capanna dello zio Tom e anch’io ci ho pianto leggendolo. È uno dei più bei libri che abbia letti. Gli altri sono: Incompreso, Cuore, Una nidiata, Omini e donnine, La storia di un piccolo vetraio, Il birichino di Papà, Gemme d’Oriente. Per concludere con un tono quasi perentorio: Ecco i miei preferiti e i tuoi? Così si chiude questa lettera del 28 Novembre 1909, di cui, purtroppo, come per quasi tutto il resto della corrispondenza, non conosciamo le risposte di Ida. Attraverso la lettura e la personale riflessione, Marianna matura le sue scelte produttive e le sue concezioni letterarie. Lo vediamo bene da quanto scrive, sempre all’amica Ida, in una lettera del 18 Settembre 1910: Volevo fare una poesia e la farò. Mi dicono che piacciono più le mie poesie delle mie prose, ma sai perché? Perché io non faccio poesie se non quando mi viene un’idea che mi piace. Ne faccio poche perciò. Io non cerco le idee; scrivo quando mi vengono spontaneamente. Se mi mettessi a cercarle è quando non le troverei. Invece quando non ci penso, mi colpisce un’idea, l’afferro, e quando ho tempo la scrivo. Che Marianna stia riflettendo in questa fase della sua vita sulla poesia fino a maturare un chiaro e alto concetto di quest’attività letteraria, traspare anche da una lettera che indirizza a Minna Cognetti (16 Aprile 1916) in cui dice: Io penso che i poeti non debbano essere solo poeti, perché la vita contemplativa è bella, ma consuma e rode se non ci si frammezza un po’ di vita attiva… Io penso che il poeta non può comandare la poesia, chiamarla e respingerla a sua volontà. La padrona è Lei, io penso, e sarà Lei, la Poesia, a dar l’addio all’uomo se non è degno di servirla, ma se l’uomo è degno, se l’uomo è poeta, la Poesia non ubbidisce, non dà retta alla volontà del suo servo, non lo libera. Se va via davvero non è l’uomo che le ha detto addio, ma [è] la Signora che ha lasciato lui. Da queste premesse di consapevolezza e di riflessione, nonché dall’impegno e dall’entusiasmo per lo studio e la lettura, si sarebbe potuto ipotizzare un futuro di realizzazioni e magari di affermazioni letterarie per Marianna. Purtroppo l’ambiente familiare e le circostanze della vita non glielo permisero. Anche se nella sua grande famiglia riesce sempre più a ritagliare uno spazio per sé, quelli che nella mentalità della borghesia di allora erano i compiti primari ed imprescindibili per una signorina le impediscono di portare avanti, mettendole in primo piano, le sue aspirazioni letterarie. Anche se tra il 1910 e l’’11 Marianna afferma in varie missive la sua gran voglia di studiare e confessa con candore di preferire il leggere e lo scrivere al cucire e soprattutto al rammendare, si capisce che poi nella realtà quotidiana delle sue giornate tanto è stato il tempo che ha dovuto dedicare, contro la sua volontà e la sua natura, agli aghi e ai fili e molto probabilmente ai calzini dei tanti uomini della sua famiglia (il padre e i quattro fratelli) da rammendare quasi sicuramente con l’aiuto dell’antico uovo di legno! Nonostante tutto questo, Marianna riesce, seppure con fatica, a ritagliare per sé i tempi per collaborare alle sue amate rivistine letterarie, si impegna per concludere nel migliore dei modi gli studi da maestra, per dedicarsi poi con zelo alla preparazione per sostenere da privatista la maturità classica e accedere finalmente all’Università, iscrivendosi alla Facoltà di Filosofia. Questa impegnativa fase della sua vita diventa per lei anche occasione di approfondimenti religiosi e teologici che fanno sì che la sua fede maturi e si fortifichi diventando un possesso sicuro per il resto della sua vita. Era, soprattutto a Genova, un momento difficile per la Chiesa a causa della questione modernista e Marianna ha frequentazioni dirette con alcuni dei padri barnabiti protagonisti dei dibattiti su questi temi (Semeria, Trinchero), in quanto frequenta il loro istituto del “Vittorino da Feltre” per avvalersi prima della direzione spirituale e della brillante predicazione, poi anche per completare la sua preparazione sulle lingue classiche in vista dell’esame di maturità. Grazie anche a serie letture in cui si impegna con intelligenza, supera la fede credula ed ingenua acquisita in famiglia, soprattutto per quell’educazione materna da cui poi mentalmente si distanzia, e arriva a riconoscere un valore aggiunto alla nostra fede ogni studio che si compie (luglio 1917). Gli studi universitari di Marianna saranno portati avanti con impegno personale, ma sempre relegati in una posizione secondaria nella sua vita rispetto alla disponibilità per la famiglia e per gli altri, parenti e amici o per chi comunque potesse aver bisogno del suo generoso aiuto. Se il fratello Eugenio era chiuso e riservato (stundaiu con tipica espressione genovese), tanto Marianna era aperta, capace di entrare subito in positiva relazione con gli altri, soprattutto per la sua costante generosa disponibilità. Ad usufruirne sono innanzitutto
i suoi fratelli, per vivere sempre a disposizione dei quali e lasciarsi spazi di attività letteraria, Marianna pensa che il matrimonio non sia per lei la strada giusta; per loro si impegna moltissimo, soprattutto negli anni difficili in cui sono tutti quattro al fronte; poi ci sono le persone amiche, come Claudia Albano, che la coinvolge in alcune iniziative di solidarietà e beneficenza e della cui morte tanto soffrirà insieme ai famigliari desolati, e anche il suo compagno di Università Soleri, non vedente, che, confortato da tanta generosità, matura ingiustificate illusioni. Lei ha questo dono di entrare facilmente nell’animo degli altri, di comprendere i cuori altrui e saper modellare il suo comportamento sulle necessità di chi incontra. Lo afferma chiaramente in una lettera del 22 giugno 1913: Io…penso tanto al mondo interno degli altri, quasi più che al mio e a volte riesco a capire lo stato d’animo di persone tanto diverse da me. E qualche anno più tardi (17 giugno 1916) aggiunge: Uscir di se stessi non vuol dire soltanto compiere i doveri più prossimi, vuol dire simpatizzare con tutti, sentire il dovere di questa simpatia. Ogni anima è unica, questo bisogna pensare. Non si può giudicare dal di fuori secondo norme fisse, ma bisogna entrare, per dono di simpatia, nel sentimento di questa unicità. Da tante situazioni a cui fa riferimento, da tanti particolari che riguardano i suoi rapporti in famiglia e con altre persone, si capisce che questi intendimenti per Marianna si calavano nell’esperienza quotidiana. Questo suo atteggiamento è stato per certi aspetti anche il suo limite, soprattutto in relazione all’attività intellettuale. Tutta presa da questi impegni familiari che diventano sempre di più negli anni in cui i fratelli si fidanzano, si sposano e cominciano a nascere i nipoti, nell’avvicendarsi delle villeggiature a Monterosso, ma anche a Torriglia e a Voltaggio, Marianna non riesce a completare i suoi studi universitari con la discussione della tesi di laurea, a cui lavora con interesse ed impegno, dopo aver sostenuto tutti gli esami, senza però concluderla. E da questa matrice di generosità nasce anche la sua decisione di accettare la proposta di matrimonio di Luigi Vignolo, vedovo della sua cara amica Claudia Albani. È una scelta difficile e combattuta: da una parte c’era per lei la consapevolezza di potersi rendere utile in quella famiglia, dall’altra, i suoi genitori e i fratelli che sentiva avere ancora bisogno del suo aiuto. Ma la vita di Marianna prese poi questo nuovo corso, facendo di lei una signora della buona borghesia, tra Milano e Genova, forte della sua ricca formazione intellettuale e spirituale che la rese capace di adoperarsi con generosità ed intelligenza nel nuovo nucleo familiare, un ambiente complesso e sfaccettato per la presenza di figli grandi, anche già sposati, e ben presto arricchito dalla nascita della figlioletta Claudia, a cui Marianna dedica espressioni di affetto entusiastico in alcune lettere soprattutto alla sua amica di sempre Ida Zambaldi, che ha continuato la sua vita di insegnante e poi di direttrice in solitudine, con le difficoltà del suo carattere introverso e problematico, e l’allontanarsi dalla fede. Nonostante gli impegni della sua nuova famiglia, Marianna continua ad interessarsi dei genitori e dei fratelli e si occupa, insieme al marito, soprattutto della situazione di lavoro di Eugenio, ormai a Firenze, legato a Drusilla Tanzi, la Mosca, l’unica persona nei cui confronti, come possiamo leggere nella lettera del 9 settembre 1930, Marianna non stabilisce un rapporto di simpatia, ma verso cui prova disagio e diffidenza. La vita poi, per pochi anni ancora, si snoda per lei nella normalità familiare, tra traslochi, vacanze, impegni e piccole gioie domestiche nel quotidiano, ormai lontano dagli orizzonti letterari, anche se sempre attenta ad affrontare ogni cosa con quell’avvedutezza e quella capacità di riflessione che le derivavano dalla sua formazione, ricca di cultura e di fede, fino alla malattia e alla morte prematura.
La sua memoria è rimasta limitata per troppo tempo all’ambito dei suoi famigliari, se non per quel poco che era già emerso in relazione alla figura del fratello Eugenio, di cui lei era stata la prima ad intuire le capacità e il valore, pur preoccupandosi per il suo carattere e per l’allontanarsi dalla fede. Ma erano bastate le poche lettere degli anni 1916-17 riprodotte da Franco Contorbia e gli accenni di Laura Barile per capire che si trattava di una figura di grande interesse non solo per ricostruire l’ambiente familiare e di formazione del poeta, ma per avere il ritratto di una persona di grande consapevolezza, capace di aprire squarci di indipendenza e di mettere in discussione il ruolo della donna nella società ancora chiusa della borghesia genovese nei primi decenni del Novecento, pur senza rotture clamorose, ma grazie alla sua capacità di analisi e di riflessione e al suo costante desiderio di arricchimento culturale e spirituale.
La pubblicazione di queste lettere, che ci restituiscono pagine di autenticità ed immediatezza, tutte piene di verità di vita, inizia a renderle giustizia e dà in certo qual modo compimento al suo giovanile desiderio di essere una scrittrice, anche se forse non tratteggiano ancora a pieno la sua figura.