di
Antonio Spadaro -
pubblicato il 11 Gennaio 2008
Era buio pesto e guardando dal finestrino non vedevo che nero ieri sera. Eppure sapevo che sotto non c’era il nulla: c’era acqua, tanta acqua. C’era l’Oceano Atlantico. Volavo da New York a Roma e l’essere così velocemente sospeso in aria mi faceva pensare a un’altra esperienza vissuta nello Stretto di Messina su un traghetto, un viaggio molto più modesto, se vogliamo. Mi ha fatto pensare a una serata nella quale il mare era agitatissimo e, pur sapendo che la distanza da coprire era piccola, mi sembrava di essere in alto mare, un mare agitato, violento. Le turbolenze di un volo e i vuoti d’aria a volte sono più sopportabili di un’ondata violenta. L’acqua sa essere violenta perchè sa essere solida come la terra e fluida e pervasiva come l’aria.
Eppure sa essere gentile, sa accogliere un corpo che si bagna, sa cullare un corpo che nuota. Dall’acqua noi tutti veniamo. E impariamo con essa a confrontarci con un mondo ovattato, dolce, in cui il nutrimento ci viene dato senza fatica, senza dubbi. Quando nasciamo il passaggio dall’acqua all’aria è violento e i polmoni si spalancano come lo sbattere di una porta per un ciclone. Dobbiamo uscire dall’acqua per vivere in questo mondo. [Continua »]