di
Danila Gaggiotti -
pubblicato il 15 Maggio 2025
Ha trascorso tutta la sua vita incarnando il profilo del perfetto maggiordomo: impeccabile, fedele, impassibile e distaccato da qualunque evento, effimero o epocale, che gli accadesse intorno… Al tramonto della vita, l’ormai anziano Mr. Stevens, protagonista del romanzo Quel che resta del giorno, si accorge con rammarico di essere stato un eccellente servitore ma forse di non essere mai stato sé stesso, con le proprie emozioni (sempre accuratamente celate come dovrebbe fare un perfetto maggiordomo), i propri sentimenti (mai realmente indagati), le proprie opinioni (di fatto, inesistenti) e, soprattutto, con i propri errori. Dice infatti Mr. Stevens:
Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero – uno deve chiedersi – quale dignità vi è in questo?
Fuori era un perfetto maggiordomo, ma dentro chi era veramente? Chi avrebbe voluto essere? Forse non se lo è mai chiesto, non ha mai scelto chi essere dentro, e non solo fuori, eppure, in un istante si rende conto di averne terribilmente bisogno. Avere il coraggio di fare delle scelte, di tentare un percorso, di fare esperienze e, perché no, di compiere i propri “errori” (qualunque cosa si intenda con essi- cosa è un errore, non nella grammatica, ma nella vita?) è come l’acqua e l’aria: è essenziale per vivere davvero.
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