Poesie incise nella roccia

Il più illustre precedente paragonabile è quello del “Trittico Romano” di Giovanni Paolo II, Papa e poeta. Adesso Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e Primate della Comunione anglicana, ha dato alle stampe un’antologia delle sue poesie composte tra il 1994 e il 2001, che è uscita tradotta in italiano per l’editrice Ancora col titolo “La dodicesima notte”. Quando avvengono questi eventi è sempre difficile esprimere giudizi perché il «personaggio» rischia di oscurare la persona, ed è quasi impossibile accostarsi a queste opere poetiche con occhi privi di filtri e pregiudizi eppure, anche in questi caso come per Wojtyla, sarebbe un peccato: ci troviamo di fronte infatti ad un vero poeta.

Questa italiana è la prima traduzione – al di fuori del mondo anglofono la poesia di Williams non è conosciuta – ed è quindi il caso di sottolineare il lavoro svolto dall’editore milanese che si è valso in quest’opera di un’ottima squadra: innanzitutto padre Antonio Spadaro, critico letterario di La Civiltà Cattolica, che ha scelto le poesie e curato il volume (tradotto nitidamente da Andrew Rutt e Elena Buia Rutt), scrivendo un saggio introduttivo su “Come leggere la poesia di Rowan Williams”, che ne mette in luce gli aspetti essenziali. Non sono poesie «facili» queste di Williams, dice padre Spadaro nel saggio, perché incise nella roccia, e le parole sono come sassi di granito.

Nessun fronzolo esornativo ma solo immagini essenziali, scarne, a volte inquietanti, come ha sottolineato anche la scrittrice e poetessa Bianca Garavelli su “Avvenire”: «Le immagini, realistiche e dettagliate, a volte persino crude, in cui alcune rappresentazioni visive dei misteri cristiani assumono un volto diverso da quello a cui siamo abituati. Per esempio, la maternità di Maria viene anticipata dalla descrizione delle madri “scarne” di bimbi “consunti “, visti intorno a un santuario mariano, a significare l’autentica presenza del Figlio in mezzo a noi».

Con «parole granitiche» Williams intesse dialoghi e mostra scene ardue e incandescenti, come quello tra Dio e il pittore d’icone Andrej Rublev, o quella dei nani dei quadri di Velazquez che parlano come le tombe di Spoon River, della pazzia di Nietzsche o dell’agonia di Tolstoj. Il granito delle parole, suggerisce padre Spadaro, rinvia alla pietra della tomba pasquale, il sepolcro scoperchiato, vuoto. La vita è tutta in questa attesa, in questa tensione: «He will come, will come», recita una delle liriche più intense (Advent Calendar): «Verrà, verrà/ verrà come pianto nella notte,/ come sangue, come rottura,/ non appena la terra si dibatterà per liberarlo./ Egli verrà come bambino». Insomma, in Italia qualcuno s’è accorto che a Canterbury la poesia «accade» (è proprio della poesia l’accadere) e ha salutato con gioia l’avvento di questo poeta «extra-vagante» rispetto al suo quotidiano ufficio di primo arcivescovo d’Inghilterra.

R. Williams, “La dodicesima notte”, Ancora, 13 euro



Musica e poesia come ganci verso il cielo

Intitolata Traversate di un credente, è uscita, per Jaca Book, una raccolta di testi di François Varillon (1905-1978), comprendente scritti molti dei quali per la prima volta in italiano (François Varillon, Traversate di un credente, Milano, Jaca Book, 2008, euro 26). Gesuita, uomo di vasta cultura e ricchissime doti umane, Varillon è da annoverare tra le intelligenze francesi del ventesimo secolo che in un modo o nell’altro hanno influenzato il cattolicesimo e la teologia, tra i quali Teilhard de Chardin, de Lubac e Daniélou. Il tono franco e cordiale, il continuo riferimento all’esperienza personale, la passione dichiarata per le arti fanno sì che gli scritti raccolti in Traversate di un credente si offrano inaspettatamente al lettore in modo diretto e immediato.

“Varillon illustra la profondità del suo pensiero con citazioni e narrazioni illuminanti – scrivono i gesuiti Quentin Dupont e Antonio Spadaro nella loro prefazione scritta a quattro mani -, convogliando la sua passione per la letteratura, la musica e la pittura in una tensione verso Dio. Ciò dimostra quanto egli abbia fatto proprio il motto di sant’Ignazio: Cercare e trovare Dio in tutte le cose”. È questa, in fondo, una declinazione di quell’ “ebbrezza dell’apertura alla vita” che lo [Continua »]


La poesia è come l’Araba Fenice

Se per Antonio Spadaro il poeta è Adamo, per Alexandru Cistelecan bisogna tornare allo sguardo innocente del fanciullo e solo allora si potrà avere e fare poesia. Spadaro e Cistelecan sono stati i primi dei dodici relatori che si sono avvicendati al quinto convegno nazionale organizzato dall’associazione culturale di Reggio Calabria “Pietre di Scarto” e intitolato “La poesia: vivere la possibilità“. Il titolo riprende un verso di Emily Dickinson – I dwell in possibility – in cui la celebre poetessa americana afferma di vivere, di “abitare” la possibilità che quindi è il luogo della poesia. Ma che cos’è la poesia? Su questo interrogativo ha ruotato la serie di conferenze che dal 3 al 5 aprile si sono susseguite nella sala del Dipartimento di scienze storiche dell’Università reggina.

Molte di queste conferenze hanno declinato l’interrogativo di base partendo dall’esperienza di alcune figure di poeti e così, ad esempio, si è parlato di Mario Luzi – lo ha fatto il poeta e critico Giuliano Ladolfi – sottolineandone anche la forza “filosofica” così come invece di un filosofo come Tommaso Campanella è stata sottolineata dal critico Giovanni Carteri la produzione poetica. Un altro poeta dal forte “accento filosofico” è stato Lorenzo Calogero, anche lui calabrese, oggi caduto in un immeritato oblio da cui lo ha voluto sottrarre con una intensa relazione il poeta romano Claudio Damiani. [Continua »]


Cielo

Sono in aria… cioè sto volando da Roma a Reggio Calabria con alcuni amici di BombaCarta. Dal finestrino vedo il cielo. Sotto c’è il mare e a distanza si vede la terra. Dunque cielo, mare e terra sono lì: è quello che io chiamo mondo. Il cielo non è mai fuori del mondo. Avete mai pensato al cielo, intendo dire al cielo senza terra, un puro cielo azzurro? Forse sì. Qual è la vostra impressione? Dapprima un senso di relax, di bellezza, di purezza, forse. Specialmente se il cielo è puro, terso, bello, senza nuvole, com’è in questo momento.

Tuttavia provate a pensare a vivere solamente di questo cielo puro, di vedere solamente cielo azzurro per un giorno intero. Puro cielo, senza altro intorno. E’ il panico. A me [Continua »]


Caelum

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

In aethere sum…id est Roma cum nonnullis amicis qui mecum in societate cui nomen BombaCarta est sunt Regium volo. E fenestrella caelum aspicio. Infra mare stat et procul terram quoque aspicere possum. Igitur caelum, mare et terra insunt: quae ego orbem terrarum appello. Caelum numquam extra orbem terrarum est. Caeline recordati forte estis? caelum sine terra, caelum purum caeruleumque dicere volo. Quod forsitan vobis accidit. Sed quis vobis sensus fuit? Antea quietis, pulchritudinis, munditiae quoque sensus, forsitan. Praesertim si caelum purum, nitidum, politum, sine nebulis est, ut nunc mihi. [Continua »]


L’eccesso di presenza che solo la bellezza sa comunicare: Gerard Manley Hopkins

(relazione al Convegno “La poesia. Vivere nella possibilità”, Reggio Calabria, 4 aprile 2008)

Gerard Manley Hopkins

Gerard Manley Hopkins

Leggere un poeta significa, tra l’altro, assumere il suo sguardo sulle cose, sulla realtà, sulla vita. La capacità di saper vedere ciò che ci circonda non è un’abilità da dare per scontata. La potenza dirompente dei versi di Gerard Manley Hopkins, a mio avviso, consiste innanzitutto nella sua capacità di modificare lo sguardo del lettore, nel suo appello a sentire e gustare ogni cosa nella sua assoluta unicità.
Hopkins è un poeta ancora non molto conosciuto in Italia, anche se non mancano affatto traduzioni e studi sulla sua opera. È, certo, autore dell’Ottocento vittoriano, ma fu «scoperto» nel 1918, quando l’amico Robert Bridges decise di curare un’edizione parziale delle sue poesie. Ma praticamnete occorre spostare la data dell’effettiva diffusione della sua opera al 1948, quando appare, 60 anni dopo la morte del poeta, l’edizione a cura di W. H. Gardner per la Oxford University Press. [Continua »]